Quattro anni di terrificante putinismo e la Russia sta perdendo

Correva il febbraio 2022 quando, dopo una farneticante comparsata sulle sue tv di Stato in cui Vladimir Vladimirovic Putin annunciava l’invasione dell’Ucraina per “l’atteggiamento ostile della Nato, “la difesa dei confini nazionali” e il “concentramento di nazisti in Ucraina”, il mondo si rese improvvisamente conto di chi fosse in realtà il dittatore del Cremlino. Avrebbe dovuto essere “un’operazione speciale” di una settimana giorno più giorno meno, ed oggi siamo al quarto anniversario della più terribile tragedia europea del terzo millennio causata da chi vorrebbe riportare indietro le lancette della storia e della geografia ai tempi dello Zar Pietro I (il Grande) o, più recentemente, di Josif Vissarionovic Stalin. Quattro anni dopo (1450 giorni per l’esattezza) e circa 2 milioni di morti, circa 1 milione e 300mila soldati russi mandati al fronte allo sbando come carne da macello perlopiù dalle zone più povere e depresse dell’immenso Paese dell’ex Unione sovietica, tra i 6 e i 700mila ucraini, tra cui tantissimi civili, donne, anziani e bambini compresi, ammazzati sotto i continui bombardamenti di strutture civili (con particolare predilezione per asili e ospedali) o direttamente sulle strade o in casa dalla marmaglia russa già accusata di orribili stragi civili come quella ben documentata di Bucha, si può affermare con discreta certezza che la Russia non solo non stia affatto vincendo “la guerra”, ma la stia perdendo nettamente. Numeri che non si registravano dalla Seconda guerra mondiale. Oggi finalmente a Reggio i ponti di Calatrava, simbolo moderno della città, si illuminano dei colori giallo e blu della bandiera ucraina, riconosciuta come Paese di resistenti (come lo furono i nostri partigiani) contro il tentativo di invasione di truppe straniere distintesi spessissimo per comportamento nazifascista, come ha sottolineato a più riprese anche il Capo dello Stato italiano Sergio Mattarella. Ma non è stato facile convincere l’intellighenzia locale, farcita di rossobrunismo e trinariciutismo e che trova tuttora in molti esponenti dell’alta società, individui formatisi (e rimasti) nell’ideologizzazione comunista anni ’70, propugnatori più o meno sinceri di un catto-irenismo che si traduce nei fatti, non si sa quanto consapevolmente, in un filoputinismo praticato nelle scelte. Mesi e mesi di silenzio, mentre sulla latrina social si sprecavano i “neneismi” (né con Putin né con Zelenskyj), ovvero la messa sullo stesso piano dell’aggressore con la vittima. Seguendo esattamente lo stesso schema che la propaganda putiniana massicciamente preparava (e continua a propalare) per mettere a repentaglio la tenuta delle nostre fragili democrazie. I costi che la Russia pagherà per questo orrore non sono facilmente calcolabili. Intanto le spese militari (in un Paese perlopiù alla fame checché ne dica “Il Fatto” di Travaglio), sono passate da 60 miliardi nel 2021 ai 137 del 2024, con 300 miliardi di riserve valutarie congelate in Occidente. Se la bestiale aggressione russa all’Ucraina avrebbe dovuto avere come effetto il contenimento “dell’espansione della Nato”, le conseguenze sono esattamente il contrario: Svezia e Finlandia sono entrate nell’Alleanza e il confine diretto tra Russia e nato si è ampliato. Oggi, giocoforza, la Russia dipende economicamente dalla Cina. E’ pressoché certo anche che sui libri di storia di mezzo mondo, i nostri figli e i nostri nipoti studieranno similitudini evidente tra Vladimir Vladimirovic Putin e Adolf Hitler. E quando crollerà, per morte naturale o meno, il regime plutomafioso del tiranno del Cremlino, la Russia dovrà cercare l’ennesima rigenerazione della storia moderna, in campo sociale, economico, politico, culturale e morale. L’unica buona notizia per Putin è che oggi alla Casa Bianca c’è un suo fervente ammiratore, l’ormai 80enne Donald Trump, ma forse stavolta nemmeno l’amicizia con il tycoon che frequentava assiduamente i festini macabri di Epstein basterà a Putin per salvare la pelle.

Gianfranco Parmiggiani

Analisi, redazionali ed opinioniCronaca nazionale ed internazionale

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