From the river to the sea Reggio Emilia will be free: ma la lotta di classe non c’entra più nulla
Con un altro paio di “manifestazioni” così, non ci sarà neanche bisogno di andare a votare. Giorgia Meloni rivincerà in carrozza, non le servirà neppure il premio di maggioranza della nuova legge elettorale per restare comodamente in sella altri cinque anni.
In Italia il Campo Largo Schlein-Conte-Bonelli-Fratoianni somiglia sempre più agli Insoumis di Mélenchon, ed esattamente come Mélenchon, se andrà al ballottaggio con la Le Pen, consentirà alla leader dell’estrema destra francese di espugnare l’Eliseo (tutti i sondaggi le assicurano una larga vittoria, perché nessuna persona sana di mente voterà Mélenchon al ballottaggio), anche per la Meloni sarà facile rivincere contro una sinistra che non riesce neanche a condannare senza se e senza ma i maranza che hanno messo a ferro e fuoco Milano, Bologna e Torino.

L’unico esponente della sinistra italiana ad avere speso un post contro i saccheggiatori del fine settimana è stato Stefano Bonaccini, ma Bonaccini è considerato dai capi del Campo Largo, anche a Reggio Emilia, un bieco destro, un renziano, e nel PD ormai conta come il due di coppe quando briscola è bastoni.
Per altro gli schleiniani hanno già pronto l’alibi per la tramvata che si preannuncia alle politiche: Renzi. Sì, il fiorentino, con il suo 2% scarso, secondo gli schleiniani annacqua la purezza rivoluzionaria del Campo Largo e con la sua sola presenza inquinerebbe la forza purificatrice dell’allegra accozzaglia che si appresta a farsi travolgere dal centro-destra. Tutto il resto del centro, o comunque della sinistra non bolscevico-populista, che non varrà tanto, ma un 8-10% di voti a ogni elezione politica se lo porta sempre a casa, è già scappato verso altri lidi.

Molto più seria invece è la protesta dei camionisti. Giorgia Meloni deve temerla, da lì può nascere un consenso vero, soprattutto al Sud, per l’avvocato del popolo Giuseppe Conte. E’ una protesta classica, resa pressochè obbligata dal costo del diesel portato alle stelle dalla guerra di Trump all’Iran. Mentre le brillanti teste d’uovo del Campo Largo litigano sulle primarie e a Reggio si organizzano liste di proscrizione contro gli ebrei, è dal caro vita, dal lavoro povero e dall’erosione drammatica dei salari reali che può venire la vera insidia per il Governo di centro-destra.
Ma che cosa hanno in comune le altre proteste che in queste settimane hanno sconquassato non solo l’Italia, ma anche Reggio Emilia, prima con il Bosco Ospizio, poi con le manifestazioni contro le maestrine israeliane e ora contro gli studenti infiltrati da black bloc e maranza? Una cosa ce l’hanno senza alcun dubbio: la lotta di classe non c’entra più nulla.
A Reggio la manifestazione studentesca, che ha avuto la leadership dei centri sociali e dell’estrema sinistra, non ha causato particolari danni, anche se ha vissuto un episodio curioso, denunciato dal Carlino. Un gruppo di maranza italo-maghrebini ed italo-africani a un certo punto ha affiancato il corteo e lo ha fatto bersaglio di uova, schernendolo al grido di “Forza Vannacci!” e “Remigrazione!”. D’altro canto i maranza under 20 sono quasi tutti nati in Italia, dunque remigrarli non avrebbe senso.
A Reggio Emilia dunque, fatta parziale eccezione per Guastalla, dove è stato respinto un assalto a un Centro Commerciale, non ci sono stati saccheggi, anche perché i maranza mirano ai prodotti Gucci e Louis Vuitton, marchi spariti da tempo dal deserto dei Tartari che è diventata la via Emilia in centro città. Nell’esagono c’è rimasto ben poco da saccheggiare, quindi Reggio per ora l’ha scampata.
Un tempo gli studenti manifestavano per il socialismo, oggi vanno direttamente a razziare i negozi dei marchi di lusso.
Anche in Italia gli operai da anni votano prevalentemente a destra. Le manifestazioni di questi mesi sono invece interclassiste. Nel caso dei maranza, si aggiungono però due elementi in più, assai esplosivi: la religione e l’etnia, associate al consumismo più bieco che è l’unico vero motore, oltre alla violenza, ad Allah e all’odio verso il Paese che li ospita, a spingerli in piazza.

A Reggio Emilia il welfare funziona tutto sommato bene, ma a questi saccheggiatori del welfare non frega nulla. Odiano la democrazia, odiano l’Italia, sfilano con le bandiere del Marocco e l’immancabile bandiera palestinese, trattano le donne come pezze da piedi, interpretano la tolleranza, o meglio il rispetto delle regole da parte delle forze di polizia come segno di debolezza. A parole schifano l’Occidente, nei fatti, esattamente come le elites dei Paesi dai quali provengono i loro genitori (e possiamo dire lo stesso anche degli oligarchi russi) bramano i simboli del lusso e del successo dell’Occidente: borse firmate, bottiglie di champagne, auto di lusso, ragazze avvenenti e dai facili costumi…A Bologna l’estrema sinistra ha protestato per la presunta assenza di agenti di sicurezza a presidiare la zona stazione, ma i poliziotti non c’erano perché erano tutti all’ospedale: in più di 70 hanno fatto ricorso al Pronto Soccorso.
Nei confronti dei maranza la sinistra melenchonizzata italiana sta commettendo un errore storico: i maranza non sono una classe rivoluzionaria, tutt’altro. Ricordano semmai il lumpenproletariat marxiano, i sottoproletari, sempre giustamente bollati da Karl Marx come reazionari e nemici della classe operaia. Poi Toni Negri lì tirò fuori dalla pattumiera della storia e li riscattò come “moltitudini”, una forza ribelle che a suo dire dovrebbe ribaltare il capitalismo. Un fraintendimento clamoroso ripreso anche da “Maranza di tutto il mondo, unitevi!”, il libro scritto da Houria Bouteldja pubblicato dalla casa editrice “Derive Approdi” a cura di Anna Curcio. La saggista italiana un anno e mezzo fa ha presentato al Teatro Valli il libro “L’Italia è un paese razzista” insieme all’assessora Marwa Mahmoud, che, va detto, raramente ne azzecca una.
In realtà i maranza segnalano l’esistenza di un problema sociale e politico enorme. Ma idealizzarli come ceto rivoluzionario, come fanno i movimenti islamo-gauchisti, è demenziale. Per inciso: non ci sogniamo neanche per l’anticamera del cervello di insinuare che tutti i giovani italo-marocchini e italo-africani siano così, anzi. Purtroppo però una minoranza di loro è così.
E allora, che c’azzecca (l’Accademia della Crusca inorridirebbe per la grammatica), davanti alle implacabili ma legali ruspe che si abbattevano sul “bosco” di Ospizio, la compresenza protestataria dell’affermata avvocatessa di uno degli studi più “in” della città, fianco a fianco con la ragazza in infradito e dal seno scoperto nell’atto di allattare lo stupendo pargolo in braccio? Entrambe unite e addolorate e con occhi lucidi, nell’atto di urlare “assassini” ai poveri lavoratori del cantiere che magari si guadagnano la non molto ricca pagnotta per mantenere la famiglia? Certo, entrambe anche animate dal più puro degli ideali, la salvezza del pianeta che passa dalla tutela del verde, ma socialmente agli antipodi: l’una inserita nel jet society reggiano, quello della porta accanto, l’altra versione ancor più silvestre della famosa mamma dell’australiana famiglia del bosco di Palmoli in Abruzzo.
E perché la mobilitazione “antisionista” che solca i social in modo così virulento, che rischia di sfociare nell’antisemitismo sostanziale come nel recente caso dell’insolita richiesta preventiva fatta da Reggio Children alle docenti israeliane, alla prova dei fatti, cioè nella piazza fisica, raduna sì e no una ventina di persone?
Eppure, dai ricordi scolastici sulle grandi rivoluzioni nel Vecchio continente, tra ‘7 e ‘900, da quella francese a quella russa, da quella industriale ai moti del’ 48 fino a quella americana, Marx ed Engels, Adam Smith e prima di loro gli storici liberali della Restaurazione francese ci avevano edotti su come i contestatori fossero accomunati dalle stesse esigenze, accorpati dalle stesse condizioni, aggregati dai medesimi bisogni di riscatto, di più giustizia e libertà, più diritti, più salario e meno fame.

C’azzecca, e questa è la seconda cosa che queste manifestazioni hanno in comune, che le proteste più o meno popolari non nascono più dal basso, dicevamo, non sorgono più spontaneamente dalle medesime classi unite da bisogni empirici, bensì serpeggiano trasversalmente tra il ricco e il povero e viceversa, tra l’inserito ed il reietto della scala sociale vicendevolmente, a prescindere dalle loro reali e incontrovertibili esigenze quotidiane. Piombano dal telefonino o giù di lì. Irrompono dal pc di casa e del lavoro, tracimano dall’internetto in qualsiasi ora del giorno e della notte, in qualsiasi situazione si stia vivendo, in qualsiasi parte del mondo si stia albergando. Gli orizzonti sociali non son più tangibili e a vista d’occhio, ma rarefatti e lontani anni luce. Quasi irreali, semi-utopici. E dettati dagli algoritmi dei motori di ricerca per ottimizzare il livello di coinvolgimento. Se l’engagement appunto scricchiola, si vira altrove. Sia la radicalizzazione ambientalista, dopo oltre 40 anni di descrizioni apocalittiche (peraltro in parte vere e concrete) sul futuro della terra, che l’isterismo verde sono certamente due dei prodotti più virali della propaganda computazionale. Così come l’odio per Israele, visto come l’incarnazione del colonialismo bianco violento e prevaricatore.
Nel caso specifico, cioè dello strisciante, ancorché pericolosissimo atteggiamento sempre più diffuso verso gli ebrei, rei di appartenere ad un popolo (nella visione degli indignati di ultima e vecchissima generazione al contempo) che bombarda senza pietà la striscia di Gaza, gli algoritmi polarizzano ed amplificano la protesta in base a vere e proprie “bolle dell’eco” che rispondono ai propri “bias ideologici”. Una volta individuati i contenuti che generano forti risposte emotive, il contesto e i distinguo in questi casi son poco importanti. L’economia dell’indignazione, la nietzschiana “Outrage economy“, ti bombarda di input che confermano acriticamente la tua visione, giusta o sbagliata o semplicemente relativa che sia delle cose. Ecco perché, nonostante la stragrande maggioranza degli “antisionisti” manco sappia dove sia ubicato il Medio Oriente, essi rispondono così prontamente ad ogni stormir di ebreo. Ma ignorano del tutto che in quelle stesse ore in cui chiedono agli ebrei (e solo a loro) il ripudio di non meglio precisate entità tiranniche, in tutti i Paesi islamici sono in atto persecuzioni di chi professa fedi non coraniche e in alcuni anche stragi frequenti di cristiani. E fanno finta di non sapere che in tutto o quasi il sud-est asiatico si stiano perpetrando a livello sistemico gravi violazioni dei diritti dei minori, che in Cina esistano campi di internamento e rieducazione per le minoranze degli Uiguri (gruppo etnico di ceppo turcofono e di religione islamica sunnita), nonché l’occupazione militare del Tibet. In tutti questi casi, estendibili anche a buona parte del Sud America e del Nord Africa, il godimento dei diritti politici e civili di base è ben lungi da un livello di accettabilità. Per non parlare di quello che accade in Ucraina da cinque anni a questa parte, con bombardamenti quotidiani sulla popolazione civile più indifesa da parte di quella centrale del terrore che è divenuta il Cremlino. Forse che i bambini ucraini, perché bianchi e biondi, muoiono meno facilmente, sotto i missili ed i droni putiniani, dei bambini palestinesi?
Non sappiamo se le violenze delle manifestazioni studentesche siano state deliberatamente innestate da qualche manina algoritmica: per sostenerlo servirebbero le prove. Senza dubbio però l’algoritmo aizza, targhettizza, guida e trasforma un venticello in una tempesta.
Ha detto bene Giordano Bruno Guerri: “Gli italiani hanno imparato a convivere con una doppia morale, necessaria per conciliare l’esistenza eterna con quella quotidiana, i peccati con i desideri”. Più prosaicamente, il caso Reggio Children e la lotta per il Bosco Ospizio evidenziano come la doppia morale alla reggiana cerchi di tenere insieme l’insostenibile purezza delle aspirazioni (il comunismo immaginario dei reduci degli anni ’70) con la più prosaica fisiologia di Reggio Children, che ha bisogno di un ampio consenso internazionale e di fondi, attraverso le visite al Centro Malaguzzi, per poter funzionare.

Noi non siamo contrari a priori al tentativo, ben poco malaguzziano, di riconquistare la purezza ideologica da parte di Reggio Children, ma siamo profondamente convinti del fatto che, se questa presunta purezza viene applicata solo alle educatrici di religione ebraica, saremmo in presenza di un comportamento non solo anticostituzionale, ma indubbiamente anche gravemente antisemita.
Forse sarebbe bene fare rotolare qualche testa ai vertici di Reggio Children e del sistema comunale degli asili di infanzia, se vogliamo che Reggio Children recuperi il prestigio perduto.
Ma se proprio puntiamo a purificare il sistema di relazioni internazionali di Reggio Children, consultando i rapporti di Amnesty International e di altre organizzazioni internazionali, le criticità legate ai diritti dei minori e della popolazione civile emergono in:
· Cina: Le politiche di assimilazione linguistica e culturale nei confronti delle minoranze tibetana e uigura e la presenza di “collegi” residenziali sollevano interrogativi sul rispetto dell’identità dei bambini.
· Australia: Si registrano forti disparità nella detenzione minorile, dove i giovani aborigeni e delle isole dello Stretto di Torres hanno una probabilità di incarcerazione 27 volte superiore agli altri.
· Emirati Arabi Uniti: Emergono rilievi sulla protezione dei minori dagli abusi sessuali (EAU), oltre a discriminazioni su cittadinanza, giustizia minorile, diritti delle donne e dei gay e sfruttamento dei lavoratori migranti (Qatar).
· India e Sud-est asiatico: In India, Filippine, Thailandia e Singapore si rilevano repressioni di manifestazioni, arresti di attivisti e minori, e violazioni delle libertà civili.
· Brasile: Oltre 1,17 milioni di minori hanno subito interruzioni scolastiche nel 2024 a causa di eventi climatici estremi (alluvioni e siccità).
· Marocco, Turchia ed Egitto: Si denunciano restrizioni del dissenso, procedimenti contro giornalisti e repressione delle minoranze (come nel Sahara occidentale o tra le popolazioni curde).
Nessuna di queste situazioni giustifica l’attribuzione di responsabilità collettive. Un’insegnante israeliana non è responsabile del governo Netanyahu, così come un’insegnante cinese non lo è delle decisioni di Pechino o una statunitense delle politiche di Washington.
Chiedere un’adesione condivisa a valori di pace e democrazia è legittimo solo se la regola è universale e trasparente. La contro-obiezione della sinistra melenchoniana reggiana? “Eh, ma gli Israeliani hanno commesso un genocidio!”. Ricordiamo allora che sono tre i genocidi riconosciuti dall’ONU: l’Olocausto, il Rwanda e Srebrenica.
Il corto circuito algoritmico-rivoluzionario è ben rappresentato dal seguente post, divulgato ieri da uno dei leader indiscussi della protesta del Bosco Ospizio. Costui nelle ultime settimane ha dovuto fare i conti con la spietata legge di facebook: mentre in agosto i suoi post acchiappavano centinaia di like, da qualche giorno i pollici gialli alzati scarseggiano. Per tornare ad acciuffare qualche like, il Nostro ha scritto: “gli “infiltrati” nei cortei hanno ragione di esistere, solo perché voi idioti anime belle vi indignate più per una vetrina di Gucci danneggiata, che per un genocidio in corso. E volete insegnare ai giovani “come si manifesta”, dall’alto dei vostri culi a forma di poltrona, dei vostri neuroni bruciati dagli smartphone, presi tra uno “Spesa e Vinci”, un “Reggio Children deve includere, non escludere”, o “è normale che dispieghino la Celere a difesa del cantiere Conad” anche se hanno terrorizzato famiglie e bambini, per non parlare di avergli portato Avatar nel cortile dell’asilo. Perché vorreste “la rivoluzione”, ma poco altro rappresenta così bene il vostro perbenismo ipocrita quanto un agente che macella uno studente. Basta un servizio al tg, un paio di dichiarazioni del politico dimmerda di turno, e diventate delle bestie. Se dovete odiare qualcuno, per na volta, guardatevi allo specchio”. Questo post ha preso 209 like. Quello successivo, dedicato al cosiddetto Bosco Ospizio, che evidentemente non tira più, ne ha presi 16.
Questi sono i “leader” che hanno tenuto in scacco la politica reggiana per un mese e mezzo sul campo spelacchiato di Ospizio. Questi sono i nuovi ideologi della sinistra del Campo Lavrov. Siccome secondo loro siamo tutti complici del “genocidio” del popolo palestinese, perché, come avrebbe dimostrato il film “Naza” (coprodotto dal fratello di uno dei capi di Hamas), la cui proiezione nel cinema del Comune è stato l’unico evento ufficiale dedicato dal Comune di Reggio Emilia al massacro nei kibbutz e al Festival Nova del 7 ottobre, gli Israeliani per uccidere un sospetto membro di Hamas ammazzano 500 persone, in prevalenza bambini, siccome dunque siamo complici perché non boicottiamo le maestrine ebreo-americane di Reggio Children, allora non lamentiamoci se quando andiamo ai Petali o all’Ariosto veniamo presi a sassate e rapinati da un’orda di maranza.

