La sinistra reggiana sta distruggendo sé stessa
Foto copertina: lo slogan “Palestina will be free from the river to the sea” tradotto in Italiano. Questa scritta, che incita a sparare ai rabbini, è apparsa su un muro a Bologna sabato dopo la manifestazione proPal.
La manifestazione pro Palestina che ha attraversato le strade di Reggio Emilia nel pomeriggio di sabato 10 ottobre offre uno spaccato piuttosto significativo dello stato di salute della sinistra reggiana. E soprattutto delle contraddizioni nelle quali una parte di essa sembra essersi irrimediabilmente impantanata.
Al di là delle più che legittime rivendicazioni sulla questione palestinese (diciamolo in Francese, ma Netanyahu ha veramente rotto il c…), ciò che colpisce è il cortocircuito politico prodotto da una mobilitazione che ha finito per mettere insieme, in un unico grande calderone, Gaza, Bosco Ospizio e, già che ci siamo, pure le Farmacie Comunali. Con un risultato paradossale: i bersagli dell’estrema sinistra reggiana sono diventati alcuni dei simboli più riconoscibili non solo della sinistra cittadina, ma di quanto di meglio la sinistra abbia prodotto nella storia di questa città dal dopoguerra a oggi.
Si comincia da Conad, una delle principali realtà della cooperazione italiana, aderente a Legacoop, la cui colpa principale è promuovere la costruzione di supermercati e centri commerciali. Ma è solo una delle centinaia di realtà che ottengono legalmente il permesso di costruire, ovviamente, in una città che ha un grande problema di consumo di suolo.
Conad però, per il suo intervento a Bosco Ospizio, è diventata suo malgrado l’unico simbolo di un problema decisamente più complesso, che gli stessi manifestanti sembrano non conoscere. Morale della favola: cooperativa demonizzata, battaglia per settimane, con testimonial nazionali a caso, e risultato zero.
La boscaglia è stata rasa al suolo legittimamente, la protesta ha perso, Conad ha subito un danno d’immagine. Solo danni per tutti.

Si passa poi a Reggio Children, espressione di quell’esperienza educativa nata e cresciuta attraverso le amministrazioni comunali di sinistra, che ha contribuito a rendere Reggio Emilia conosciuta nel mondo. Un patrimonio costruito in decenni di politiche pubbliche per l’infanzia, oggi trasformato a sua volta in un bersaglio polemico a causa dell’arrivo a Reggio di insegnanti israeliani e americani che forse sostengono, forse no, le politiche criminali del governo Netanyahu. E’ più che legittimo contestare l’uso indiscriminato della violenza contro civili, ma questo principio va applicato a tutti. Perché la sinistra reggiana pretende di applicarlo solo agli israeliani? Un atteggiamento che puzza di antisemitismo da lunga distanza. Gli estremisti islamici, presenti a Reggio come dimostrano i diversi arresti compiuti nell’ultimo quindicennio, applaudono. Nel frattempo il segretario del PD Massimo Gazza studia da sindaco e fa un figurone pubblicando comunicati colmi di buon senso e cercando di rimettere insieme i cocci dei vasi frantumati da Massari e dai suoi assessori.
Quel che è peggio, è che le teste calde e i vari gruppettari diventati da un paio di anni i protagonisti delle principali vicende politiche cittadine, possono esserlo solo perché hanno ottimi rapporti in giunta e con l’ala vincente del PD cittadino, ovvero vecchi dirigenti del PCI anni ’70 convertitisi allo schleinismo. Massari e il suo entourage, ma anche altri/e importanti assessori/e in giunta, come Lanfranco de Franco e Marwa Mahmoud, protagonista indiscussa, e non in bene della vicenda Reggio Children, hanno un filo diretto con loro e con i Pederzoli di turno. Per Reggio è un disastro: questa sinistra iper-radicale non riuscirebbe a gestire neanche un bar, cosa per cui servono comunque tanta voglia di lavorare e un bel po’ di sale in zucca, figuriamoci una città complessa come Reggio Emilia. Ma per Massari, politicamente parlando, questa è una questione di vita o di morte: è solo grazie al sostegno e alla fiducia di queste frange super-radicali che pensa di avere qualche chance di un secondo mandato alla guida della città. Purtroppo il sindaco non ha compreso che sulla città e su Reggio Children, il gioiellino costruito in decenni di duro e geniale lavoro da Loris Malaguzzi e Carla Rinaldi, sostenuto con convinzione e soldi da Antonella Spaggiari, Graziano Delrio e Luca Vecchi, stava per abbattersi una valanga di polemiche, e ancora tre giorni fa Massari si premurava di coprirsi a sinistra specificando che alla maestrine in arrivo a Reggio sarebbe stato chiesto di impegnarsi anche per Gaza e per la Cisgiordania. E per fortuna che l’esimio Cosimo Pederzoli non è riuscito a farsi eleggere neanche in Consiglio Comunale, sennò oggi ce lo ritroveremmo assessore alla pace in Palestina nella scombiccherata giunta Massari.
Gli agitatori della sinistra radicale reggiana in queste ore sono scatenati sui social, sono impegnati allo spasimo h24 nel postare commenti contro gli israeliani “complici del genocidio” e pro Massari. Ma mentre Massari incassa il sostegno incondizionato dei Tupamaros de ‘noantri, i maggiorenti del PD e della città che lo hanno messo due anni e mezzo fa alla guida di Reggio, ora si mettono la testa tra le mani e si domandano sconsolati: “ma che razza di giunta abbiamo fatto?”.

E’ intervenuto anche de Pascale a mettere sotto tutela il buon Massari, bacchettando il presidente della Comunità Ebraica di Milano Walker Megnaghi, un altro che le cose non le manda certo a dire. Su Megnaghi si è subito abbattuto lo shit-storm dei proPal, ma se la tua città si identifica nell’antifascismo e il presidente della Comunità Ebraica di Milano ti paragona a Goebbels, ecco che “Houston, abbiamo un problema”. Intanto però il Presidente della Regione (che finanzia Reggio Children) ha anche chiarito che Reggio Children deve proseguire la collaborazione con tutte le delegazioni, perfino, aggiungiamo noi per chiarire meglio il concetto, con quelle ebraiche.
Il cinema del Comune di Reggio Emilia mette in programmazione il 7 ottobre la docufiction anti-israeliana “Naza”, unico evento ufficiale del Comune per ricordare il massacro dei kibbutz e del Nova Festival, poi frignano se gli danno degli antisemiti! Ora auguriamoci che le 20 maestrine israeliane in arrivo a Reggio facciano una bella foto sorridenti e abbracciate a Massari e che il Comune produca un comunicato all’insegna del “tutto va ben, Madama la Marchesa”, così forse noi reggiani riusciremo almeno in parte a tamponare il disastro e a rimediare all’ennesima figuraccia internazionale. Fino naturalmente al prossimo patatrac, che purtroppo, ahinoi, arriverà molto presto. Chissà se basterà l’annunciato prossimo rimpasto a risollevare la città: ne dubitiamo fortemente, e ci dispiace.
Infine, quasi a completare il quadro, ci sono le Farmacie Comunali Riunite. Un’altra istituzione profondamente radicata nella storia amministrativa della città, il cui ruolo peraltro non si esaurisce nella distribuzione dei farmaci, ma si intreccia con il finanziamento e la gestione di importanti servizi sociali, anche a favore della popolazione anziana. Ebbene, anche FCR è diventata oggetto di contestazione per la commercializzazione di medicinali riconducibili a un’azienda israeliana. Il tutto senza considerare che nessuno obbliga il cliente a comprare una marca di medicinali piuttosto che un’altra. Basta esercitare una libera scelta per non arricchire quello che viene considerato, a torto o a ragione, il nemico.
Asili, Farmacie, Coop: incredibilmente, mentre in tutto il mondo avanza l’estrema destra che vuole riportare la civiltà indietro di un secolo, la sinistra reggiana individua i suoi obiettivi polemici nei frutti migliori del municipalismo del Pci e nelle cooperative, cioè due alternative vere agli aspetti più controversi del capitalismo. Se Trump dovesse scegliersi dei nemici, li sceglierebbe nella sinistra reggiana.
Una sinistra che sembra sempre meno capace di distinguere tra la difesa delle proprie idee e l’inseguimento delle componenti più radicali della piazza. Una rincorsa nella quale il rischio non è soltanto quello di perdere credibilità agli occhi di una parte dell’elettorato, ma di vedere progressivamente delegittimato il proprio stesso patrimonio politico e amministrativo.
Ma le contraddizioni non si fermano alla politica locale. La manifestazione di sabato ha riportato in evidenza anche un altro problema, forse ancora più profondo: la doppia morale di una parte dell’estrema sinistra, pronta a mobilitarsi contro alcuni governi e del tutto indifferente alle responsabilità di altri, purché questi ultimi si collochino nel campo geopolitico considerato amico.

Nel lungo corteo reggiano, almeno per quanto è stato possibile osservare, non solo non sembra esserci stato spazio per una parola di condanna nei confronti di Vladimir Putin o di Xi Jinping. Di fatto, non c’è mai. Eppure, se il criterio è davvero la difesa dei popoli oppressi, la denuncia delle discriminazioni e la solidarietà verso le vittime della violenza di Stato, entrambi i nomi dovrebbero suscitare ben più di qualche imbarazzo.
Partiamo dal macellaio criminale Putin (senza offesa per la nobile categoria dei norcini), tanto caro alla propaganda antioccidentale di sinistra. Prima di trasformare la Cecenia in una regione sottoposta al controllo di Ramzan Kadyrov, suo fedele alleato, il presidente russo ha condotto due sanguinose guerre che hanno devastato il territorio ceceno e provocato enormi sofferenze alla popolazione, in larga parte musulmana. Le organizzazioni per i diritti umani hanno documentato bombardamenti indiscriminati, uccisioni di civili, torture, sparizioni forzate e detenzioni arbitrarie da parte delle forze russe.
Giova ricordarlo a chi sembra aver scoperto soltanto ieri l’esistenza delle popolazioni musulmane vittime di persecuzioni. La Cecenia è stata teatro di una guerra devastante condotta dalla Russia di Putin, che ha giustificato la propria azione soprattutto attraverso la lotta al separatismo e al terrorismo. La successiva alleanza con Kadyrov, già esponente della resistenza cecena poi passato dalla parte di Mosca, ha consolidato il controllo russo sulla regione.
La parabola politica di Putin è, da questo punto di vista, particolarmente istruttiva. Nella fase iniziale della sua presidenza, la guerra in Cecenia venne presentata da Mosca come una grande operazione antiterroristica. Dopo gli attentati dell’11 settembre 2001, Putin cercò un’intesa con gli Stati Uniti di George W. Bush proprio sul terreno della lotta al terrorismo.
E poi c’è la Cina di Xi Jinping. Nel caso degli uiguri, popolazione turcofona a maggioranza musulmana dello Xinjiang, le denunce riguardano detenzioni arbitrarie di massa, persecuzioni religiose e culturali, lavoro forzato e separazioni familiari. Nel 2022 l’Ufficio dell’Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani ha pubblicato una valutazione che ha individuato gravi violazioni dei diritti umani, tali da poter configurare crimini contro l’umanità.
Anche qui la domanda è inevitabile: dove sono le manifestazioni, gli slogan e le mobilitazioni contro queste politiche? Dove sono le campagne di solidarietà con gli uiguri? E perché la sensibilità verso le popolazioni musulmane sembra improvvisamente affievolirsi quando il responsabile è un governo che si oppone agli Stati Uniti e all’Occidente?
Anzi, quando si è prospettata la possibilità di avere a Reggio un mega investimento cinese, quello di Silk-Faw, ecco tutta la sinistra radicale non solo silente ma anche a battere le mani! Poi, come vi avevamo anticipato noi, Silk-Faw si è rivelata una bufala. Però intanto tutti, sinistra e destra accomunati in un unico abbraccio, prima dell’amara delusione, ad applaudire…

Quando si pretende di parlare in nome dei diritti umani universali, la coerenza non è un dettaglio facoltativo. È il presupposto stesso della propria credibilità.
La questione, peraltro, non riguarda soltanto i governi stranieri. Riguarda anche il modo in cui una parte della sinistra reggiana ha costruito nel tempo il proprio rapporto con figure e regimi controversi, purché riconducibili, almeno in una determinata fase, all’immaginario antimperialista.
Il caso di Abdullah Öcalan è emblematico. Nel dicembre 2016 Reggio Emilia gli conferì la cittadinanza onoraria, deliberata dal Consiglio comunale con i voti favorevoli di PD, SEL e Movimento 5 Stelle. La motivazione ufficiale richiamava la solidarietà verso il popolo curdo e i principi di democrazia, uguaglianza e libertà. Öcalan è il fondatore del PKK, organizzazione che ha condotto una lunga lotta armata ed è classificata come terroristica dalla Turchia e da altri soggetti internazionali.
È legittimo discutere il significato politico di quella cittadinanza, distinguendo il sostegno alle aspirazioni del popolo curdo dal giudizio sul percorso e sulle responsabilità del suo leader. Ma proprio questa distinzione dovrebbe valere sempre, non soltanto quando è politicamente conveniente.
Lo stesso problema si pone guardando alla lunga stagione dei rapporti tra l’Italia e la Libia di Muammar Gheddafi. Per una parte della sinistra, il colonnello libico ha rappresentato a lungo una figura dell’antimperialismo, nonostante il carattere autoritario del suo regime e le gravi violazioni dei diritti umani. La sua politica, inoltre, non può essere ridotta alla sola opposizione agli Stati Uniti. Comprendeva anche ambizioni egemoniche e imperialistiche in Africa e una storia di rapporti mutevoli con movimenti armati e governi della regione.

E Reggio Emilia non è rimasta estranea a questa stagione di rapporti.
Nell’estate del 2009, la Provincia di Reggio si recò in Libia con una delegazione di imprenditori reggiani per incontrare Gheddafi, nell’ambito delle celebrazioni per il trattato di amicizia tra Italia e Libia. Un rapporto istituzionale ed economico che si inseriva in una stagione di avvicinamento tra i due Paesi, nonostante il carattere autoritario del regime libico.
Nel 2011, quando la rivolta contro Gheddafi e la repressione del regime portarono la Libia sull’orlo della guerra civile, anche l’ambasciatore libico in Italia, Abdulhafed Gaddur, fu ricevuto a Reggio Emilia dal sindaco e dalla presidente della Provincia, in incontri ai quali parteciparono anche numerosi imprenditori reggiani.
Nessuno a sinistra protestò, mentre Gheddafi massacrava, terrorizzava, schiavizzava il suo popolo.
Per anni Gheddafi ha potuto presentarsi, in determinati ambienti, come un interlocutore dell’antimperialismo, mentre il suo regime rimaneva autoritario e responsabile di gravi violazioni dei diritti umani.
Quanto a lungo si è disposti a chiudere gli occhi sui metodi di un regime quando la sua collocazione internazionale sembra coincidere con la propria visione del mondo? A utilizzare sempre e invariabilmente due pesi e due misure?

