Non ci piacciono i necro-elogi ma per Fiaccadori facciamo un’eccezione
I necrologi hanno spesso un che di retorico e celebrativo. Anche per questo non ci piace farli.
Nel caso di Ermete Fiaccadori, scomparso all’età di 80 anni dopo una lunga malattia, facciamo un’eccezione.
Ermete Fiaccadori è stata una persona di non comune valore. Ha fatto del bene alla nostra città, in almeno due fasi della sua vita, ovvero come Presidente della Reggiana Calcio e come Presidente dell’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia, l’ANPI, con incarichi molto diversi tra loro e con un grado notevole di complessità.
Alla presidenza della Reggiana Calcio, dove fu nominato, manager cooperativo, dalle cooperative reggiane, ha legato il suo nome alla storica cavalcata della Reggiana dalla serie C alle serie A, tra la fine degli anni ottanta e gli inizi degli anni novanta. Ha poi rivenduto la Reggiana tutelandone il patrimonio. Come cooperatore, quindi, ha fatto il bene sia della città, cioè della sua squadra di calcio, e delle cooperative stesse, cosa che invece di certo non si può dire, ahinoi, di tutti i cooperatori degli ultimi 30 anni.
Come Presidente dell’ANPI, è stato il primo non combattente alla guida dell’associazione, fino ad allora sempre retta da ex comandanti partigiani che avevano combattuto durante la Resistenza. Il suo compito non è stato semplice, perché non è facile guidare una realtà associativa così importante che però è ancora attraversata da tremori ideologici, come l’antiamericanismo, il massimalismo e le nostalgie tardocomuniste. Come Presidente ANPI, ad esempio, ha condannato senza esitazioni la criminale invasione russa dell’Ucraina e ha espresso senza riserve la sua solidarietà all’Ucraina stessa, in ciò allontandosi dalle posizioni del Presidente nazionale ANPI Gianfranco Pagliarulo e assumendo posizioni molto più vicine a quelle della vicepresidente nazionale Albertina Soliani.
Per dire di che tempra fosse fatto l’uomo, negli ultimi giorni di vita, già prostrato dal male, ha passato buona parte del suo tempo libero dalla lotta contro la malattia che lo ha consumato, cercando di raccogliere fondi per un asilo in Palestina.
E’ stato un vero riformista, molto più figlio di Camillo Prampolini che di Lenin. E a Reggio Emilia, tutta Reggio Emilia, non solo quella di sinistra, una figura così mancherà.
Gianfranco Parmiggiani

