Anniversario Pasolini e le baruffe chiozzotte
Il Cpi, Consorzio pensatori indipendenti, dice la sua in merito alla querelle su Pasolini, ovvero una tempesta in un bicchier d’acqua, giungendo alla conclusione che “two assessori alla cultura is pegg che one”:
Bisogna ammettere che la giunta Massari sta raggiungendo vette di involontaria ilarità, quanto mai benvenute in un periodo così tribolato, che sarebbero anche esilaranti, se non venissero messe a carico di noi contribuenti.
L’ultimo caso è la querelle su Pasolini. Già è assai singolare che un Comune di medie dimensioni abbia di fatto due assessori alla cultura. Ma a Reggio Emilia non ci facciamo mancare niente, quindi i due assessori, quello ufficiale, Marco Mietto, e quello ufficioso, Piergiorgio Paterlini, non solo non vanno più tanto d’accordo, ma quando litigano ci tengono a farlo sapere a tutti e si parlano attraverso i giornali, invece di usare email, whatsapp e telefono come facciamo noi comuni mortali.
Nel merito, ovvero il rifiuto da parte di Mietto di organizzare a nome del Comune di Reggio Emilia un evento dedicato a Pasolini nel 50esimo della morte, Mietto ha ragione da vendere. L’assessore ufficiale ha infatti comunicato che suo compito è anche quello di evitare le duplicazioni e le sovrapposizioni tra gli eventi culturali che si celebrano sul territorio. Essendo dunque già stati messi in cantiere eventi su Pasolini dai Teatri e da altre realtà provinciali, Mietto ha ritenuto superfluo aggiungere ulteriori manifestazioni a quelle in programma. Nel metodo però Mietto ha torto marcio. Perché, ci chiediamo, si è scusato pubblicamente? E’ l’assessore, sta a lui decidere: nel momento in cui prende una decisione, ben motivata tra l’altro, non ha bisogno di giustificarsi con nessuno. Massari ci è rimasto male e lascia trasparire il suo malcontento dal Mozambico, dove è in missione per conto dei legami storici tra Reggio Emilia e i guerrileros del Frelimo? In tal caso gli darà una tiratina d’orecchie al rientro dall’Africa, in privato se è saggio, o in pubblico se vorrà dare ulteriore enfasi a questa tempesta in un bicchier d’acqua e prendere urbi et orbi le parti di Piergiorgio Paterlini, il prediletto, dicono i ben informati, sia del sindaco che del suo caposegreteria Marco Pedroni.
L’abbastanza grottesca vicenda ci spinge a ulteriori riflessioni su Reggio Emilia e Pasolini. Ma siamo sicuri che Reggio Emilia sia così importante nella vita privata e nella produzione artistica di Pasolini per il solo fatto che l’intellettuale bolognese abbia vissuto a Scandiano un paio di anni a metà degli anni ’30, all’età di 14-15 anni? E perché nel tempo abbia mantenuto una corrispondenza epistolare col poeta dialettale reggiano Luciano Serra? Ne dubitiamo assai.
I luoghi di Pasolini sono il Friuli (dove il fratello Guido, capo partigiano non comunista, nel 1945 venne assassinato da partigiani comunisti) e Roma. Probabilmente anche Bologna, che gli ha dato i natali, lo ha ospitato durante gli studi universitari e dove ha girato buona parte di “Salò o le 120 giornate di Sodoma”.
Pasolini non è Pier Vittorio Tondelli, che era correggese e reggiano al 120%, ed, essendo stato uno dei più grandi scrittori della seconda metà del Novecento, viene giustamente ricordato anche da altre città, come Rimini, che hanno avuto un ruolo centrale nella sua evoluzione artistica.
Infine, siamo sicuri che la statura di Pasolini sia tale da imporre a una città come Reggio Emilia di dedicargli un evento nel 50esimo della morte? Anche su questo nutriamo qualche perplessità.
Pasolini è stato un grande intellettuale, ma nel mondo della letteratura, della poesia, del cinema e del giornalismo ci sono molti altri personaggi, spesso negletti, meritevoli di studi e approfondimenti.
Perché, allora, parlando di Pasolini viene spontaneo il paragone con Tondelli? Ovviamente perché entrambi non solo erano gay, ma sono anche diventati icone della cultura omosessuale. Pasolini però, a differenza di Tondelli, era anche comunista, e abbiamo il sospetto che questo dettaglio, in una città come Reggio Emilia la cui classe dirigente sembra rimasta irriducibilmente innamorata dei tic, degli slogan e delle parole d’ordine degli anni ’70, non sia affatto secondario.
Gianfranco Parmiggiani

