Le parole sono importanti…

Quando i brigatisti sparavano erano “compagni che sbagliano”. Oggi che islamisti travolgono la gente che dorme su un prato al Gay pride di Berlino sono “fascisti”. In questo corto circuito lessicale sta tutta la grande difficoltà a chiamare le cose col loro nome. Ne consegue che il problema non viene individuato. Né tantomeno risolto. Se un islamista integralista si fionda sulla gente che dorme in un raduno rivendicativo dei diritti personali, a partire da quelli sessuali, il Duce c’entra poco. C’entra assai di più ad esempio, il fatto che i Paesi islamici siano per loro natura delle teocrazie in cui la legge di dio (che dovrebbe sempre essere una scelta personale facoltativa) coincide con quella degli uomini nella società organizzata. Non a caso in una 40ina di Paesi a maggioranza musulmana, l’omosessualità è considerata reato e perseguitata con pene che variano dal carcere, nella migliore delle ipotesi, alla pena di morte nella peggiore. Corano e sharia infatti sono applicati con diverse gradazioni in quasi tutti gli Stati islamici. In alcuni, per fortuna, anche se pochi, esiste una qualche forma di laicità.

Trump si ispira ai fascisti, è palese ma l’attentato di Berlino è acclaratamente islamista. Chi deride la pastasciutta del 25 aprile è assai probabile sia fascista. Chi ha apposto la svastica sulla porta del professor Fabio Landini a Parma è fascista. Ma il comunista Marco Rovelli che inneggia ai Black Bloc della Val di Susa come lo vogliamo chiamare: “compagno che sbaglia”? Ammesso e non concesso che tutti i sedicenti neocomunisti concordino sul fatto che sfasciare tutto e ferire centinaia di poliziotti sia uno sbaglio, per fortuna pare che perfino tra i più radicali ci sia ancora qualcuno che ritenga che spaccare la testa di un agente delle forze dell’ordine sia un reato grave.  E i gruppi sempre più frequenti e numerosi di maranza di origine nordafricana che pochi giorni fa hanno messo a ferro e fuoco il quartiere Compagnoni a Reggio Emilia come li desideriamo appellare? 

E mentre i logoclastici di vario colore, chi da una parte e chi dall’altra, fanno a gara nell’edulcorare la pillola terminologica cercando di tirare l’acqua al proprio mulino, ad Amburgo si teme già per il prossimo Gay pride e si discute se farlo o meno. E il terrorismo islamista ha già raggiunto in parte il suo primo obiettivo.

Gianfranco Parmiggiani

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