La “mia” Odissea-Via Crucis o del signor Nessuno Ulisse: il “tempo epico” degli ultimi aedi nel cicalare social
Non sarà una passeggiata. Per questo, al netto di un pezzo che si preannuncia di non facile semantica, cercherò di usare meno paroloni possibili. Che spesso nascondono il vuoto comunicativo. Sarà una riflessione sul tempo, l’anti-eroismo cristiano e la civiltà. Dopo la visione del film “Odissea” di Christopher Nolan, liquidando lì per lì le cavillosità presuntamente puriste sul colore della pelle di alcune attrici, tipo Elena “leukòlenos”, ovvero “dalle bianche braccia”. E’ un film “tratto da”…e la chiudiamo qui.

I greci antichi avevano diverse parole per definire il concetto di “tempo”: chronos, cioè il tempo che scorre di Anassimandro, l’inevitabile ritorno all’assoluto con la morte, aion, il tempo mistico e metafisico (per certi versi la vita), kairos, che per i sofisti rappresentava il “tempo opportuno” e témenos, cioè un intervallo di tempo tra una cosa e l’altra. A loro, alla classicità greca, dobbiamo quasi tutto. “Dobbiamo” chi? La nostra civiltà, quella occidentale, patria delle delicate e incerte democrazie. Ancor più che al cristianesimo. Avete presente il concetto di Logos (ragione, verbo) nel Vangelo di Giovanni o dell’immortalità dell’anima e della ricerca della verità nella filosofia platonica e neoplatonica? Ancor più che all’ebraismo. Avete presente il primo esempio di monoteismo (credere in un solo Dio) e da qui il valore della responsabilità individuale davanti alla giustizia, divina od umana che siano? Ancor più che all’antica Roma, che ha inventato quasi tutto il resto, a partire dall’ufficialità del diritto.

Veniamo dunque a noi. Anzi a me. Parto da una foto (qua sotto allegata): il mio primo viaggio nell’archeologia greca (ne seguiranno molti altri), invasato com’ero di studi epici, prima dell’iscrizione a Lettere Moderne (per darmi una sgrossata dal “vecchiume” e ove avrei, ahimé, abbandonato il greco per il solo studio del latino). Porto di Ancona, 1982. Un tour de force agostano, coi parrocchiani che si lamentavano per l’assenza di isole più goderecce nel cronoprogramma vacanziero dal sottoscritto fintamente tratteggiato. Un gianpar dall’ingegno poliforme come Ulisse il “polytropos”. Molto più modestamente tirai loro un trappolone di cui ancor mi pento. Un mese full-immersion battendo il Peloponneso palmo a palmo sotto un sole cocente: Atene, Corinto, Micene, Epidauro, Argo, Tirinto, Capo Sounion, Olimpia, Delfi…smisi quando uno dei miei compagni più fidati (l’Euriloco di turno) si dichiarò “prigioniero politico” e cercò di ammutinarsi facendo rotta su Mykonos. Diciamo che puntai troppo sul tempo come aion e témenos e meno sul tempo alla kairos, come si sarebbe convenuto per una compagnia di tipi da parrocchia sì e no maggiorenni.

L’Odissea di Nolan (anche se ad uno potesse non piacere) è letteralmente imperdibile. Non tanto per motivi filmici o fotografici, di cui siamo poco o punto competenti. Ma per la lettura di grande contemporaneità che rilascia. Innanzitutto il tempo-témenos, scandito a canti (con alcuni tagli dolorosi come il VI brano, quello della dolce Nausicaa e del popolo dei Feaci) rispettoso assai del poema-archetipo fondante svariati parametri della nostra cultura, nonostante i rischi hollywoodiani. Ma soprattutto per il “tempo epico” (aion) che fa da traccia a tutte le circa 3 ore di narrazione mitologica. Non a caso la parola greca mythos, significa “racconto”. Una continua riflessione morale tra Ulisse e la sua coscienza, sovente personificata dalla dea Atena. Sul finto omaggio ad Atena del cavallo di legno lasciato sulle spiagge di Troia/Ilio quale simbolo benaugurante di un ritorno a casa, si fonda “lo cunto de li cunti” di tutti gli inganni di Odisseo. La somma violazione della legge divina dell’ospitalità voluta da Zeus fa da sfondo, nel dialogo etico di Ulisse, non solo alla “mostruosa” difficoltà del ritorno ad Itaca, il “nostos”, ma al crollo stesso di un’intera civiltà, quella ittita-troiana appunto. Per questo Ulisse-Odisseo in questa versione nolaniana è già un personaggio proto, anzi pre-cristiano. Un anti-eroe sconfitto o quasi su tutti i fronti e, forse, più interessato a placare i propri dissidi morali, a partire dalla marea di compagni soldati persi in battaglia e non ancora sepolti, che tornare nella sua amata Itaca a riabbracciare moglie e figlio (Penelope e Telemaco). L’Odissea quasi come una Via Crucis, l’interminabile viaggio morale di un eterno sconfitto.

Il tempo omerico-nolaniano è ancora quello ciclico del mito, un viaggio senza tempo che preconizza, proprio nella figura distruttrice di una civiltà, quella di Ulisse, il tempo lineare cristiano (dalla creazione alla parusìa, ovvero il ritorno finale di Cristo) delineato per primo da Agostino d’Ippona. Il (rim)pianto in chiusa di film di Ulisse, conscio di aver distrutto con l’inganno una fiorente civiltà, rappresenta anche l’atto fondativo del mito dell’Odissea. Con Troia e gli Ittiti, si perde la prima forma di scrittura greca conosciuta, la Lineare B, una forma arcaica del greco antico usato dai micenei. Seguiranno diversi secoli non di silenzio ma di assenza di scrittura e di scritture, con la sola tradizione orale di aedi e rapsodi a tenere vivo il ricordo di quei drammatici ed epici avvenimenti narrati (“mitizzati” dunque) appunto nell’Odissea. Fino al risorgimento di una scrittura, quella consonantica fenicia cui i greci aggiungeranno le vocali e attraverso cui l’Odissea finalmente comincerà ad essere messa nero su bianco. Dalle ceneri dell’Età del Bronzo grazie a questi chansonnier della storia primordiale, spunterà un’era in cui l’uomo, attraverso l’uso di molteplici scritture, non smetterà mai più di comunicare non solo cantando. Non sappiamo con quanto forzatura, lo scrivente veda un confronto con la nostra società, dove nel cicalare dei social e dell’abuso delle “intelligenze artificiali”, le nuove generazioni di nativi digitali, perdono l’uso di migliaia di vocaboli l’anno. Ma le sale cinematografiche dell’Odissea nolaniana sono piene zeppe di giovani che anelano a conoscere il mito di Ulisse e i miti dell’Odissea. E rappresentano una speranza, già nello staccarsi per tre ore filate dai cellulari. Con buona pace del filone masochistico-suicida che da Spengler in poi, con “Il tramonto dell’Occidente” del 1918, continua ad alimentare schiere di prefiche e cassandre pronte a piangere (chi per ignoranza, chi per soldi, il grosso per mera stupidità) sulle presunte macerie del Vecchio continente. Non sanno che proprio dai tempi più bui, risorgono cantori, vati, poeti e bardi. Perché l’Odissea, come le nostre radici, nonostante funga da metafora delle traversìe cui è costretto il genere umano ed ogni singolo uomo o donna che Iddio manda in terra, è semplicemente immortale.
Gianfranco Parmiggiani

