La Grande Cena di Boorea o del socialismo gastronomico dal volto umano

Non è tanto il più classico dei magna-magna letterali a scopi filantropici. Non è solo un rito collettivo di purificazione che passa dal peccatuccio di gola per arrivare alla beneficenza espiatoria. E’ tutto questo ma anche qualcosa di più. Ovvero una proiezione metastorica di come il socialismo reale avrebbe potuto essere anche umano se, invece che alla sanguinaria lotta di classe, avesse aspirato, assai più borghesemente, ad una sano mix di piacere (quello della carne) e di dovere (quello dell’uguaglianza).

La diarchia “Marco”, Pedroni e Massari, brinda al prossimo giro di boa di metà mandato e si prepara nel 2029 al Massari 2, alla faccia di malpancisti, oppositori interni ed esterni e renziani vari

Sì perché la Grande cena di Boorea mette tutti attorno ad uno stesso tavolo, ben imbandito peraltro, e, almeno per una sera, parifica le posizioni, se ne frega dell’eventuale censo, tiene conto del portafoglio della middle class (ormai in via di estinzione come i Panda) e, fors’anche per il ripetuto passaggio degli ottimi sommelier Ais che ti riempiono il bicchiere dei più svariati nettari alle prime avvisaglie di secchezza dei calici, ti sembra davvero di vivere in una società dalle diseguaglianze (professionali ed economiche) assai più mitigate del reale. Un’esperienza di “comunità”, a Reggio tra i vocaboli più abusati assieme a “creatività”, come si direbbe oggi “aumentata”. Da cosa? Beh ad esempio dal fatto che in questa edizione 2026 sia stata scelta come location la più adatta alla stagione ed alla portata dell’avvenimento con annesso numero dei commensali, circa 720. E della straordinaria macchina di volontari, circa 200, Cioè la Reggia di Rivalta.

La Reggia di Rivalta al tramonto, poco prima di dar inizio alle danze pappatorie

Già il fatto che amministratori e amministrati di una città di sinistra da 80 anni a questa parte, abbiano preso possesso dei meravigliosi giardini ove un tempo ciondolavano duchi e duchesse, sa tanto di esproprio proletario senza spargimento di sangue. Ma solo una presa pacifica e gaudente della Bastiglia locale. Poi un poverocristo avrà ben diritto almeno una volta nella vita a cenare a prezzo abbordabile (60 euro per una decina di portate di alto livello organolettico) in una location come si deve?

Lanfranco de Franco, vera anima-pop della giunta Massari, fraternizza coi volontari di “Insieme per Rivalta”

D’altronde il maître à penser nonché maître a manger di tutta ‘sta succulenta e benefica baraonda forte di 16 professionisti della ristorazione tra cui 12 chef (di cui alcuni stellati), al secolo il direttore di Boorea Stefano Campani proviene dal quartiere Compagnoni, dove il popolo era davvero di casa. Strada e studi facendo (sia marxisti che liberali) alla cultura pop ha unito la passione per l’enogastronomia. Mettici pure un cipiglio organizzativo che fa di Stachanov un fancazzista, una diplomazia quasi democristiana (per lui l’aggettivo è una mezza offesa) e perché no, quella propensione a fare di ogni importante evento culturale anche un’occasione umanitaria (incasso devoluto a progetti di solidarietà), mescola il tutto ed avrai appunto la ricetta della Grande Cena.

Tanto di cappello (che porta pure a tavola sennò l’avrebbe smarrito), all’organizzatore della Grande Cena, Stefano Campani

35mila euro sarà alla fine la cifra destinata ai già citati progetti provento del banchetto luculliano (mica poco coi magri tempi che corrono). Anche perché da queste parti, quelle della Grande Cena appunto, non c’è carica che tenga. Altrove lorsignori avranno tutto gratis o quasi, qui invece tutti, dicasi tutti, estraggono il conquibus. Siano essi onorevoli, sindaci, semplici assessori, alti o bassi prelati. Se dovessimo proprio fare un paragone iconografico non richiesto, una sorta di Totentanz al rovescio. Avete presente i grandi affreschi medievali delle Danze macabre, quelli in cui la Morte balla appunto indiscriminatamente col ricco e col povero, col nobile e con l’ignobile, col siniscalco e col maniscalco, per dire che, davanti alla Triste Mietitrice siam tutti uguali, non c’è carica che tenga? E così è, al tavolo della Grande Cena, laddove però è la celebrazione della vita a fare da collante, non certo quella portasfiga della Signora in nero. Insomma, ci sia consentito, chissefrega poi dell’Helwatt Festival, di Kanye West e degli altri 4 rapper inibiti all’Rcf Arena. E delle baruffe chiozzotte, ancorché legali e di un certo peso economico che ne conseguono. Lasciateci almeno la Grande cena il cui valore identitario per Reggio è assai più simbolico. E dove nessun Prefetto può metter becco nel menù.

Gianfranco Parmiggiani

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