Palazzo Magnani e la controriforma spiritualista zanichelliana nel dormiente clima figiciottino

Nell’attesa che Palazzo Magnani (il vero assessorato alla Cultura del Comune, senza che mai però un privato ci abbia messo il becco d’un quattrino restando così il nostro Palazzo rigorosamente nel solco dell’approvvigionamento pubblico) torni agli antichi splendori, tra fine settembre e inizio ottobre 2026 e quasi 1 milione d’euro di spesa per il cantiere, il direttore Davide Zanichelli ha piazzato un altro colpaccio. Nel senso che in questo clima culturale dove si respira una stanca aria figicciottina anni ’70, Zanichelli ha fatto prevalere la sua linea editoriale senza che nessuno se ne sia accorto più di tanto. Il “colpaccio” cui alludiamo, anche se la mostra era in gestazione da alcuni anni, riguarda “Le porte dell’invisibile. Kandisnskij, Klee, Malevic alla luce del pensiero di Pavel Florenskij”. Mostra che animerà il rinnovato Palazzo Magnani dal 14 novembre di quest’anno al 14 marzo 2027 e che noi certamente andremo a visitare. Florenskij, ovvero chi era costui parafrasando il manzoniano don Abbondio? E’ vero che la mostra rientra in un trittico sulla prospettiva (ovvero sui punti di vista da cui si opera in arte e sui fini ultimi della rappresentazione), dopo quelle su Piero della Francesca ed Escher, ma sviluppare un percorso espositivo sul rapporto tra le avanguardie storiche, le icone russe e la poliedrica personalità del Florenskij, non era poi così scontato.

Pavel Florenskij, un teologo-scienziato nei gulag staliniani

Già il fatto che Florenskij, presbitero, filosofo, matematico e ingegnere, ammazzato dal regime sovietico staliniano nel ’37 in un ex monastero delle isole Solovki trasformato in campo di rieducazione comunista, abbia fatto questa fine terrena, in una città come Reggio in cui ancora diversi cantori della presunta bellezza dell’Urss, se ne vanno in giro orgogliosi della loro bandana falcemartellata, potrebbe rappresentare uno spudorato affronto all’establishment di casa nostra. Ma il punto è che il pensiero di Florenskij, germinante in quel periodo tra l’800 e la prima metà del ‘900 quando scienze e parascienze non vivevano di distinzioni così nette come oggi, si fonda su un intreccio indissolubile tra fede e ragione che nella prospettiva dell’oggetto (sempre icona dell’invisibile, cioè del divino) non mette l’uomo al centro. Piuttosto si irradia, come una luce (sempre divina appunto) sull’osservatore umano. Qualcuno potrebbe gridare anche alla fuffa gnoseologica ed in effetti lo si potrebbe gridare per tutto o quasi ciò che non è scientificamente dimostrabile. Ma il Florenskij, che era pure un tecnico ed uno scienziato, ha avuto un’enorme influenza sulla semiotica, l’estetica e perfino l’ecologia. Dicono che il suo pensiero in qualche modo sia entrato perfino nell’enciclica di Papa Francesco “Laudato si'”. Di certo in quello più laico seppur sempre teologico di Vito Mancuso. Insomma lo steineriano Zanichelli (studioso e appassionato e forse, azzardiamo, anche “seguace” di quel pullulante laboratorio otto-novecentesco di una spiritualità cristiana più sincretica dell’originale), ne ha combinata, culturalmente parlando, un’altra delle sue. E a noi, francamente, non dispiace affatto.

Non vorremmo però, dopo queste rivelazioni alla Pulcinella, metterlo in cattiva luce davanti agli occhi più atei e materialistici dei vari Massari, Pedroni, Mietto e Paterlini, rispettivamente sindaco, capo di Gabinetto, assessore e super consulente alla Cultura. Che negli anni ’70, nei circoli Fgci, avevano ben altro da fare che occuparsi di pope Florenskij, venerato come martire e difensore della fede. Nel frattempo quasi a mo’ di piccolo “remedium orthodoxiae”, in questa soffocante estate culturale reggiana, Palazzo Magnani dà vita alla rassegna poetica “Vola Alta Parola”, curata da Guido Monti già collaboratore de “il manifesto”. Con la consueta (e un po’ stantia) formula dei poeti laureati di chiara fama che, una volta l’anno, leggono i loro componimenti davanti ad un pubblico contenuto e perlopiù non giovanissimo ma di certo calorosissimo e accaldatissimo, in quel di Palazzo da Mosto. Una sudata e ricercata oasi lirica una tantum, lontana da occhi indiscreti, mentre fuori la gioventù scrolla sempre più sui cellulari, riempie le frasi di emoticon e i pensieri di simboli informatici arcani. Con intemerate espressive che indicano chiaramente un tentativo inconscio di ritorno in massa alla scrittura logo e ideogrammatica. Alla faccia delle parole che volano alto, sempre più in alto, fino a perdersi all’orizzonte. E qui in effetti la “prospettiva Florenskij” potrebbe tornare di una certa utilità.

Gianfranco Parmiggiani

Appuntamenti culturaliCronaca Reggio EmiliaCulturaPolitica localePolitica locale e nazionalePolitica Reggio Emilia

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *