Kanye West: show (business) must go on
Chi siamo noi per impedire al rapper ex sedicente filonazistello Kanye West/Ye (che in vista dei prossimi danarosi concerti si profonde in scuse retroattive, con tanto di pagina a pagamento sul Wall Street Journal e richieste di incontro riparatorio con le comunità ebraiche) di tenere il suo concerto all’Rcf Arena? I nostri valori sono all’opposto, ma se non sussistono motivi di ordine pubblico, né il Governo gli toglie il pass d’ingresso (come nel Regno unito ad esempio), questo concerto s’abbia da fare. Qui siamo pur sempre in democrazia. Magari organizziamo un summit tra Kanye e qualche associazione antifascista locale: ve lo immaginate West che abbraccia commosso Adelmo Cervi o qualche eroico 90enne della gloriosa Anpi avvolto nella bandiera? Più o meno con questa stessa sinossi è intervenuto da ultimo anche il sindaco di Reggio Emilia Marco Massari, a proposito dello spettacolo del 18 luglio, che conquista da mo’ le prime pagine dei giornali locali.
“Nigga heil HitIer
She reaching down in my pants,
She got the world in her hands”.
Stavolta insomma siamo d’accordo con l’ottimo Max Collini, vate dell’antifascismo doc: Kanye West/Ye è più un caso psichiatrico che un caso politico. In effetti un nero che gira con la svastica sulla t-shirt o compone versi come quelli sopra citati qualche problemino di testa probabilmente ce l’ha davvero. D’altronde non scordiamo che Kanye/Ye soffre di disturbo bipolare di tipo 1 (ed il collegamento dunque con la valorizzazione dell’ex ospedale psichiatrico Lazzaro Spallanzani, voluto dal duca Francesco IV in zona Campo Volo, ci sta tutto).
Probabilmente dunque, visto il calumet della pace fumato forzatamente dalle parti in causa, il testo westiano di cui sopra in cui si inneggia a Hitler e descrivente una donna che gli afferra il pene, visione semplificata e pecoreccia delle 120 Giornate di Sodoma pasoliniane, dalle nostre parti non echeggerà. Il Campovolo d’altronde ha una lunga storia di contraddizioni non solo canore: già luogo di test per aerei da combattimento, con sicuro affaccio di parecchi gerarchi del tempo, oggi è teatro delle Feste dell’Unità. Da un punto di vista squisitamente concertistico, invece, si alternano concertoni filantropici e ligabuiani a quelli di Ye, l’ (ex?), antisemita nero (anche come colore della pelle) che canta quei fior fiore di filastrocche e ninnenanne di cui sopra.
A Reggio accade spesso: the show (business) must go on. Mentre il consueto carrozzone di interessi pubblico-privati si suona la grancassa gridando al miracolo con l’evento di Kanye (attutito dentro l’Hellwatt Festival), Keir Starmer, Primo Ministro laburista, cioè socialdemocratico, cioè praticamente renziano, della nazione dove otto secoli fa si è inventato con la Magna Charta lo stato di Diritto, ha stroncato senza appello e vietato l’esibizione londinese di Kanye West: “È profondamente preoccupante che Kanye West sia stato invitato a esibirsi… nonostante le sue precedenti dichiarazioni antisemite e la celebrazione del nazismo. L’antisemitismo in qualsiasi forma è ripugnante e deve essere affrontato con fermezza ovunque si presenti.”
Ma in Gran Bretagna, dove in effetti qualche grattacapo con gli islamisti radicali ce l’hanno, c’è una legge, promulgata dopo il massacro dei kibbutz del 7 ottobre 2023, che punisce anche con il carcere chi esprime critiche troppo ruvide ad Israele.
Di certo, oggi Sid Vicious, il bassista inglese dei Sex Pistols morto di overdose a 22 anni nel 1979 pochi mesi dopo essere stato accusato di avere ucciso la sua fidanzata Nancy Spungen, se fosse ancora vivo, la maglietta con la svastica che amava indossare sotto la giacca di pelle nera, in Gran Bretagna se la dovrebbe togliere, pena la galera.
A Reggio è improbabile che Kanye West/Ye generi questo tipo di problemi di ordine pubblico. Il rischio semmai è il contrario, cioè che qualche esagitato ProPal si ritrovi davanti all’Arena con i cartelli e gli striscioni per esprimere solidarietà al rapper nero contro i “perfidi” Netanyhau e soci, che per altro fanno ben poco per cercare di accattivarsi le simpatie del mondo.
Reggio Emilia è assai più fluida: da una parte il ddl Delrio sull’antisemitismo, dall’altra il concerto con l’artista mainstream che fino a poco tempo fa era annoverato tra i più dichiaratamente antisemiti e nazisti del pianeta. Nella città in cui si fa quotidianamente a gara su chi sia il più antifascista del reame, il caso del rapper americano ha riattivato il consueto valzer di esponenti della sinistra locale che si autoassegnano e si tolgono a vicenda la patente di antifascista. Ma a Reggio per salvare capra e cavoli sembra bastare la recente retromarcia innescata da Ye nell’ultimo album “Bully” (il suo 12esimo), che lo stesso Starmer ha invece considerato come l’ennesima presa per i fondelli di una superstar ormai al tramonto.
Insomma, se si vuole manifestare con veemenza, solo dialettica naturalmente, da parte delle tante organizzazioni femministe locali, c’è tanto materiale, dato lo show westiano anche riccamente condito di patriarcato trash e ostentato.
Anche in questo caso tuttavia la coperta è troppo corta. Il rap è sessista dalle origini. Nel rap le donne sono tutte “tr…” e “zoc…”, da sempre. Il sessimo è proprio il suo marchio di fabbrica. Accorgersi solo oggi che i rapper dicano parolacce e maltrattino le ragazze è un po’ tardi.
Kenye West, ricapitolando, si è profuso per anni in dichiarazioni inneggianti al nazismo, è misogeno come pochi (è perfino andato in giro con la moglie italo-australiana Bianca Censori nuda al guinzaglio), ed è pure trumpiano. Col tourbillon di polemiche che anche stavolta ha creato, siamo pronti a scommettere che a Reggio Emilia farà il tutto esaurito e venderà a peso d’oro tutti i 100.000 biglietti della capienza dell’Arena.
Da lì a due mesi, nello stesso luogo dove saranno elevate al cielo le note westiane, piomberà come nemesi la festa nazionale dell’Unità. Limpida saetta purificatrice del presunto inquinamento acustico del rapper birichino. E via daccapo in una nuova girandola di eventi che si ripetono e contraddico ciclicamente, come nella visione orfico-misterica del tempo, in un eterno ritorno nietzschiano declinato però alla reggiana, tra un bicchiere di lambrusco e una scomunica antifascista.
Nel frattempo, godiamoci il 23 aprile a Bologna Giovanni Lindo Ferretti, altro sommo artista esperto in conversioni, retromarce e riconversioni, che legge Papà Cervi per la Festa della Liberazione.

