Iren, ritorno al termovalorizzatore nonostante la differenziata
Iren investe in termovalorizzatori: per la multiservizi di casa nostra, incenerire i rifiuti (per produrre energia ed elettricità) non è più un tabù, anzi. L’azienda non solo amplierà lo storico impianto del Gerbido, a Torino, ma si appresta a sbarcare anche in Calabria, dove si occuperà di rivitalizzare il termovalorizzatore di Gioia Tauro.
Una notizia che dovrebbe indurre l’opinione pubblica a una riflessione: il costante impegno richiesto ai cittadini sul fronte della raccolta differenziata non significa chiudere i camini. Al contrario, convivono due fenomeni: più differenziata e più inceneritori.
Una situazione che dovrebbe far scattare qualche sirena ai vertici del Pd, dove Elly Schlein, per usare un eufemismo, non è un’entusiasta del bruciare i rifiuti: poche settimane fa si è presentata di persona sui Colli romani a sostenere candidati sindaci del Pd (in particolare ad Albano Laziale e Genzano) impegnati in una lotta corpo a corpo contro il nuovo inceneritore di Roma, sostenuto invece dal sindaco Gualtieri. Schlein non è esplicitamente contraria, ma non ha fatto una piega di fronte alle durissime critiche dei candidati sindaco del suo partito contro il progetto: la questione ha un risvolto nazionale, visto che Genova, Torino e Reggio sono governate dal Pd. Sono i Comuni maggiori soci di Iren e hanno appena approvato un bilancio che non demonizza gli inceneritori. E per il futuro, si brucerà ancora.
Per farsi un quadro di quel che sta accadendo, occorre leggere le risposte che la multiservizi ha dato al socio Marco Bava nell’ambito dell’ultima assemblea del 21 maggio scorso.
Bava contesta la scelta di usare i termovalorizzatori per chiudere il ciclo dei rifiuti e l’azienda, in una risposta piuttosto articolata ma chiara, spiega la ratio delle sue scelte in questo campo.
Primo punto: la decisione di creare un nuovo inceneritore sul territorio deriva da una filiera precisa di decisioni politiche. Questa la gerarchia: direttive europee, piano nazionale di gestione dei rifiuti, programmazione regionale. Quel che succede a Torino, Genova, Parma o Gioia Tauro dipende quindi, in ultima analisi, da decisioni prese in sede di programmazione tecnico-politica. Ovviamente Iren non sottolinea che i suoi soci sono amministrazioni a guida politica: un dettaglio che rende questo sistema tutt’altro che libero da “viscosità” tra multiservizi, tecnici e politici.
Ma andiamo avanti. A spingere le amministrazioni regionali verso la programmazione dei termovalorizzatori è in particolare la direttiva europea che fissa al 10% la quantità massima di rifiuto urbano da conferire in discarica entro il 2035. Ce lo chiede l’Europa, quindi, di orientare il sistema verso l’alternativa dei camini. Un’alternativa che consente di raggiungere anche altri due obiettivi: autosufficienza energetica nazionale e autosufficienza regionale nel chiudere il ciclo dei rifiuti.
E la salute? Su questo piano Iren è tranquilla: “Relativamente alla paventata pericolosità dei termovalorizzatori, si ricorda quanto già comunicato lo scorso anno: tale tipologia di impianti è assoggettata a Valutazione di Impatto Ambientale (VIA); fin dalle fasi antecedenti l’avvio dell’esercizio dell’impianto del Gerbido è stato predisposto un percorso di sorveglianza sanitaria (attuato dagli enti competenti ASL e ARPA, con la supervisione dell’Istituto Superiore della Sanità). I risultati di tutti questi anni di esercizio (pubblicati per essere accessibili al pubblico nel progetto SPoTT) non evidenziano criticità derivanti dall’attività”.
Iren quindi partecipa a diverse procedure in cui si procede ad ampliare o realizzare nuovi inceneritori. A partire da Torino-Gerbido, dove il Comune ha dato il via libera a una quarta linea che aumenterà la capacità dell’impianto di circa 250 mila tonnellate di rifiuti all’anno entro il 2032.
A Genova invece Iren Ambiente è uno dei sei grandi player nazionali ad aver presentato la propria manifestazione di interesse per il nuovo termovalorizzatore del capoluogo ligure, oggetto di un complesso bando di gara dell’autorità regionale per i rifiuti (Arlir). Un impianto che, pur essendo ancora sulla carta, ha già scatenato le proteste degli abitanti delle zone in cui potrebbe “atterrare”, Valpolcevera e Val Bormida, e sul quale il Pd locale, nel più classico degli scontri con la Regione a guida centrodestra, ha manifestato molti dubbi.
Ma il caso più interessante è quello del revamping dell’impianto di Gioia Tauro. In primis perché siamo totalmente fuori dalle zone tradizionali di insediamento di Iren, che quindi mostra in questa fase una tendenza “aggressiva” a crescere nel business dei rifiuti. Si tratterebbe peraltro di un ritorno, dopo la chiusura delle esperienze non felicissime, per usare un eufemismo, delle partecipate Fata Morgana e Piana Ambiente, anch’esse operative nel settore dei rifiuti calabrese. Che succede quindi a Gioia Tauro?
“Il Gruppo – scrive Iren a Marco Bava – partecipa a un RTI che ha presentato alla Regione Calabria una proposta di Partenariato Pubblico-Privato (PPP) per il revamping dell’impianto di termovalorizzazione di Gioia Tauro.
A gennaio, il Dipartimento Ambiente della Regione Calabria ha individuato come migliore, tra le due in competizione, la proposta di project financing presentata dal raggruppamento di imprese guidato da Iren Ambiente. Chi si è scelta Iren come compagni di viaggio? TME Spa, Termomeccanica Ecologia, Ecologia Oggi Spa, Ecosistem Srl, Vittadello Spa: aziende note nel contesto calabrese.
Che lezione trarre da queste vicende? Sono passati 14 anni dallo spegnimento dell’inceneritore di Cavazzoli. A quei tempi il vecchio impianto era superato e la politica guardava alla raccolta differenziata spinta come al futuro. Diceva l’allora sindaco di Reggio, Graziano Delrio: “Se siamo arrivati alla chiusura, e non al trasferimento dell’inceneritore come si ipotizzava in un primo tempo, è stato grazie al lavoro collettivo che dal 2004 i cittadini reggiani e le amministrazioni pubbliche hanno portato avanti insieme, partendo dal porta a porta sperimentale nella Settima circoscrizione fino al modello Reggio di raccolta integrata e alla decisione per l’impianto di trattamento meccanico-biologico”.
Dal 2012 a oggi la Liguria è passata da meno del 30% di differenziata al 60%; il Piemonte dal 46-47% al 68,9%; l’Emilia-Romagna dal 56-57% al 79%. Nulla di tutto questo però ha avuto a che fare con i termovalorizzatori, che evidentemente servono ancora.
E infatti, la Regione che chiudeva Cavazzoli, dopo appena un anno faceva aprire il nuovo termovalorizzatore di Ugozzolo, a Parma, appena 35 chilometri più in là, confermando che questo tipo di scelta non avesse alcuna attinenza con la retorica pseudo-ambientalista di quegli anni.
Saravakos

