Fuori i credenti dal Tempio: l’opinabile “soluzione” di chiudere le chiese

E’ uno dei pochi passaggi della vita di Gesù riportato da tutti e quattro gli Evangelisti. Giovanni ci aggiunge pure la frusta per rendere la sacrosanta incazzatura del Nazareno un po’ più pulp. Cristo che si indigna di brutto perché il luogo di culto, il Tempio di Gerusalemme in questo caso, è divenuto location di mercimonio, sede di contrattazione non solo economica, una piazza Affari ante litteram, quasi un bordello. Invece che restare ciò che dovrebbe essere, ovvero lo spazio più idoneo alla preghiera dei fedeli. E’ vero che non sarebbero necessarie le mura, più o meno consacrate, per alzare inni al Cielo (Matteo ci riporta la famosa frase di Gesù: “Dove sono due o tre riuniti nel Mio nome, lì sono Io in mezzo a loro”) ma insomma al campeggio parrocchiale va bene celebrar Messa su un prato, generalmente però la Chiesa come spazio fisico-architettonico, resta il più indicato.

Per questo, oltre ad un’altra serie di motivi a partire dai più fondanti, da quelli etimologici (la parola latina “chiesa” deriva dal greco antico “ekklesìa” ovvero “convocare”) a quelli teologici e pastorali per finire con quelli simbolici, ha lasciato di sasso più d’un fedele l’annuncio della Curia reggiana, per voce del suo Vicario generale mons.Giovanni Rossi, di dare un brusco giro di vite all’apertura delle chiese reggiane a fronte di un aumento dei furti e delle profanazioni. Più che una soluzione, diciamo così una scorciatoia. Leggermente in contrasto in più con l’idea che ci piacerebbe avere di un luogo di culto e della sua disponibilità a farsi vivere come tale. La propensione al divino non dovrebbe avere orari, l’anelito religioso non dovrebbe rivolgersi al custode come se fosse un doganiere. In teoria.

In pratica però sì. E così le lancette dell’orologio della fede corrono il rischio di essere scandite da motivi realistici e logistici. Potrebbe sembrare un facile esercizio, il nostro, ovvero contrapporre simbolicamente la natura di Gesù, il “buttadentro” per eccellenza, al rimedio ai “mala temporum” proposto da quel clero Suo epigono. Forse facile ma non retorico. Di certo l’oggettivo problema del depauperamento ecclesiastico causa scorribande nelle chiese (con particolare riferimento alle ostie a fini satanici, ci assicurano) non viene affrontato in modo complesso. Ad esempio, ci si chiede, è proseguita l’opera di catalogazione e valorizzazione del patrimonio artistico partita alla grande con l’originaria gestione dell’Ufficio diocesano dei Beni ecclesiastici e culturali? Inventario a parte, gli importanti investimenti negli impianti di sicurezza grazie alle risorse dell’8×1000, sono andati a buon fine? Ovvero sono stati attivati in tutte le parrocchie gli strumenti acquistati? E potremmo continuare.

Forse molti di noi avrebbero reagito così, quasi d’istinto: ma a coloro cui è affidato il nostro destino spirituale si richiede magari uno sforzo più metafisico che conservativo. Le case chiuse erano sinonimo di piacere, le chiese chiuse molto meno.

Gianfranco Parmiggiani

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