Francesca Albanese o del Tricolore che barrisce e non garrisce
Articolo redatto a più mani dal Cpi (Consorzio pensatori indipendenti), dettato da principi liberali, democratici e costituzionali, che oggi sarebbe quasi impossibile vedere pubblicato su qualsiasi testata locale data l’intolleranza ideologica e l’opportunismo politico che ha superato i livelli di guardia:
Prima di consegnare il Primo Tricolore a Francesca Albanese, ci penseremmo molto ma molto bene.
Quello che va messo in discussione non è il suo incessante e coraggioso impegno a favore della popolazione palestinese, ormai oggetto di un evidente sterminio che ricade pienamente nella categoria dei crimini di guerra: crimini per cui Benjamin Nethanyahu andrebbe processato dal Tribunale dell’Aja.
Qui si tratta di altro. Si tratta di un piano sottile e insidioso, ma non per questo irrilevante.
Partiamo da un aspetto singolo della narrazione di Albanese, quello sugli stupri durante l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023, per vedere nel dettaglio come opera la sua comunicazione. In seguito allargheremo lo sguardo sul complesso delle sue affermazioni su Hamas, per trarne qualche conclusione.
Francesca Albanese nega che siano avvenuti stupri di massa da parte dei miliziani di Hamas durante l’attacco del 7 ottobre 2023, l’operazione “Diluvio”, che ha portato alla morte di oltre 1000 israeliani e il rapimento di altri 251 loro concittadini.
Reggio non si merita alcuna ambiguità su questi temi.
In almeno una dichiarazione videoregistrata nega in assoluto che siano avvenuti stupri.
Albanese ha espresso queste sue valutazioni davanti alle telecamere in più occasioni: “I media occidentali hanno replicato ed amplificato bugie: qual è il bisogno di parlare di stupri di massa? Non ci sono prove di stupri”. O ancora: quelle sugli “stupri di massa” vengono definite alla pari di altre “horror stories” oggetto di una “fabbricazione” da parte dei media occidentali. Ospite del giornalista britannico Piers Morgan, Albanese ha reso ancor più chiaro il suo pensiero: “Se ci sono stati stupri, devono essere indagati e i responsabili perseguiti”. Ma, riguardo a chi dovrebbe indagare, la Albanese ha forti dubbi di possibile politicizzazione delle indagini in funzione anti – Hamas: “There are political appointees and human rights appointees and the commission of inquiry concluded that, (it) was in June, that there was no evidence to support the claims of gang rapes”. In inglese e testuale, così ognuno può farsi un’idea.
La questione può sembrare di importanza non primaria, invece è assolutamente rilevante.
Infatti, l’opinione pubblica occidentale, se non sono avvenuti gli stupri, può più facilmente accettare l’idea che la bestiale violenza di Hamas sia la legittima espressione di una resistenza ad una forza di occupazione.
Detta in altri termini: l’azione terroristica, lo spaventoso massacro del 7 ottobre, raccontato senza gli stupri, è molto più simile ad una normale attività di guerriglia di generiche “forze partigiane” contro “l’occupante straniero” (con lo Stato di Israele in parallelo al nazismo, ovviamente) a cui l’opinione pubblica progressista occidentale è piú abituata.
Ma Albanese ha ragione o no? In realtà la questione è un tantino più controversa di come la presenta nelle interviste Tv (dove, le va concesso, i tempi stretti non consentono di entrare molto nel dettaglio di qualsiasi questione).
A parlare degli stupri durante l’attacco di Hamas del 7 Ottobre 2023, al di là delle testimonianze dirette raccolte dai media di tutto il mondo, sono soprattutto tre fonti indipendenti. Eccole in sequenza.
Il Rapporto dell’Ufficio della Rappresentante Speciale del Segretario Generale dell’ONU per la violenza sessuale nei conflitti (Pramila Patten): pubblicato il 4 marzo 2024 documenta le evidenze di violenza sessuale legata al conflitto, inclusi stupri e torture sessualizzate, durante gli attacchi di Hamas in Israele.
Il rapporto del Dinah Project, datato luglio 2025, intitolato A Quest for Justice. Questo studio indipendente ha raccolto testimonianze di ostaggi liberati e ha documentato atti di violenza sessuale, tra cui stupri, mutilazioni genitali e umiliazioni pubbliche, attribuendo tali crimini a Hamas.
E infine, Amnesty International, che ha una posizione cauta, ma interessante. L’organizzazione ha intervistato sopravvissuti, professionisti legali e psichiatri, raccogliendo testimonianze di stupri e altri abusi sessuali. Amnesty ha anche documentato casi di corpi di vittime che sollevano preoccupazioni riguardo a possibili violenze sessuali, basandosi su immagini verificate e testimonianze di sopravvissuti. Il rapporto di Amnesty sottolinea anche che molte vittime sono state uccise o sono troppo traumatizzate per testimoniare, rendendo difficile la raccolta di prove dirette. Il public statement del 2 dicembre 2024 Israel/OPT: Amnesty International’s research into Hamas-led attacks of 7 October 2023 and treatment of hostages” (pubblicato a dicembre 2024), che è una sintesi del lavoro investigativo fatto dall’organizzazione, riporta che Amnesty ha trovato una testimonianza diretta degli stupri, mentre desume dalle immagini dei cadaveri che possano essere avvenute violenze sessuali, anche post mortem, e riporta una serie di testimonianze di professionisti come psichiatri, psicologi e legali che hanno riferito di aver seguito sopravvissuti e testimoni di stupri o violenze sessuali negli attacchi.
Va chiarito, per completezza d’informazione, che il documento più diretto nel denunciare le violenze sessuali, iI rapporto del Dinah project, è stato criticato da più parti. Tra gli altri, dalla relatrice speciale delle Nazioni Unite sulla violenza contro le donne, Reem Alsalem, che, oltre ad apparire in linea con le posizioni di Francesca Albanese, giusto per dare un contesto, è una Giordana con studi in Università al Cairo.
Volendo tentare una disamina critica di quanto raccolto dalle diverse investigazioni, appare sostenibile che gli stupri, durante l’attacco del 7 ottobre, siano certamente avvenuti, anche se solo come episodi occasionali, o comunque slegati tra loro. Molto più difficile parlare di una pianificazione di massa delle violenze sessuali, anche per la oggettiva difficoltà a trovare testimoni rimasti vivi che ne parlino apertamente.
Se questo è il quadro più credibile, gettare ombre sul fatto che gli stupri possano essere avvenuti, come fatto più volte dalla Albanese, non è una mera espressione di un tecnico, ma è una affermazione politica, che ha il risultato, voluto o meno non ci interessa, di aiutare Hamas a rappresentarsi come gruppo che applica un legittimo uso della forza contro gli occupanti israeliani.
Queste affermazioni sugli stupri, infatti, non sono le uniche della Albanese che vanno in questa direzione. Come quando ha affermato, ospite della trasmissione Agorà, che il fatto che Hamas compia azioni terroristiche non lo qualifica automaticamente, per le Nazioni Unite, come gruppo terroristico. Oppure che “Hamas è un partito politico”. Esistono diverse dichiarazioni politiche in cui Albanese sembra voler riequilibrare la narrazione su Hamas insistendo sulla natura politica del movimento. Ma in queste dichiarazioni non si fa riferimento alla natura fondamentalista e violenta della visione di Hamas – partito. Albanese agisce esplicitamente sulla linea di demarcazione tra movimento terroristico e partito politico, alimentando una ambiguità utile solo ad alleggerire le gravissime responsabilità accumulate da Hamas dalla data della sua creazione a oggi.
Amnesty International da anni ha lanciato accuse pesantissime contro Hamas: ma non come organizzatrice degli attacchi del 7 settembre, bensì come forza politica egemone a Gaza.
E’ bene che il sindaco di Reggio Emilia, prima di consegnare il Tricolore ad Albanese, si legga cosa scrive pubblicamente Amnesty International di Hamas.
Nel rapporto “Two authorities, one way, zero dissent”, Amnesty International ha denunciato Hamas per arresti arbitrari, torture, maltrattamenti e repressione di giornalisti e oppositori politici. L’organizzazione ha inoltre più volte condannato Hamas per l’uso della pena di morte dopo processi ingiusti o sommari, la mancanza di protezioni legali per le donne vittime di violenza domestica e le discriminazioni contro le persone LGBTQ+, perseguitate dalle autorità di Gaza. In diversi rapporti successivi (2008, 2014, 2021 e 2023), Amnesty ha anche accusato Hamas e altri gruppi armati palestinesi di aver compiuto lanci indiscriminati di razzi contro civili israeliani, qualificati come crimini di guerra.
E’ bene che il sindaco di Reggio Emilia Marco Massari si renda conto di tutto questo mentre consegna il primo tricolore a Francesca Albanese e che quindi, oltre all’ovvia condanna di Israele per l’abominevole attacco a Gaza in corso, colga l’occasione per una condanna pubblica di Hamas, delle sue ripetute violazioni dei diritti umani, del suo fondamentalismo religioso, del suo essere fuori da qualsiasi contesto di civiltà.
Non si può negare che la concessione del Tricolore a Francesca Albanese trovi contrario, a torto o a ragione, un buon 45% di reggiani, ad esempio la maggior parte degli elettori di centro-destra, molti centristi e anche un pezzo di elettori PD. Sarebbe profondamente ingiusto etichettare tutte queste persone come “fascisti” o, peggio ancora, come complici di un “genocidio”.
Il dramma israelo-palestinese si trascina nel sangue da più di 78 anni, è dunque altamente improbabile che Francesca Albanese e i suoi supporter abbiano in tasca la soluzione.
Ergo, il riconoscimento che le sarà tributato dal Comune di Reggio Emilia domenica 28 settembre è sicuramente divisivo.
Queste cerimonie infatti andrebbero riservate a figure nelle quali si riconosca una comunità nella sua quasi totalità. Sennò diventano di parte.
In ciò temiamo che il sindaco Massari tradisca la “natura leninista” dei suoi orientamenti politici giovanili, dai quali forse non si è ancora del tutto liberato. E’ tipica del leninismo infatti la convinzione che il partito sia “un’avanguardia” e che la politica debba educare o “rieducare” i cittadini e le persone. Se le argomentazioni, le dichiarazioni, le azioni di Francesca Albanese non ti convincono, perché ritieni che una figura più adatta a favorire il dialogo tra due parti che si odiano mortalmente possa essere più idonea, sei tu che sei sbagliato, sei un legno storto da raddrizzare: il sindaco-partito sa cosa fare, sceglie lui per te.
E chiudiamo con una cosa che non facciamo spesso, l’elogio del PD. Nel corso della recente Festa Nazionale di Reggio Emilia, Romano Prodi ha riunito attorno a un tavolo l’ex Premier israeliano Ehud Olmert e l’ex viceministro degli Esteri palestinese Al Qudwa. E’ stata un’importante operazione politica, un messaggio di pace in uno scenario in cui invece sembra avere diritto di parola solo chi urla più forte. Entrambi i leader si sono detti d’accordo nel condannare nella maniera più risoluta le modalità con cui il Governo Netanhyau sta conducendo la guerra a Gaza e in Cisgiordania, entrambi ritengono che l’unica soluzione possibile per quel piccolo lembo di terra siano due Stati per due Popoli. Purtroppo però sui social si sono sprecati gli anatemi della sinistra radicale contro l’iniziativa, accusata di avere offerto un palcoscenico al “criminale di guerra” Olmert, che da Primo Ministro aveva condotto la guerra in Libano. Hezbollah, infatti, da anni ha l’abitudine di sparare missili iraniani dal sud del Libano su tutto il nord di Israele.
Le invettive degli islamo-comunisti reggiani hanno raccolto molti like, compresi quelli di alcuni stretti collaboratori del sindaco Marco Massari.
Ecco, noi sogniamo che le redini della mobilitazione, che tanta parte dell’opinione pubblica e dei partiti europei stanno giustamente dedicando alla tragedia israelo-palestinese, non finisca nelle mani degli estremisti. Abbiamo già vissuto gli anni nei quali la politica in Italia era preda di opposti estremismi e di certo non li rimpiangiamo.
Se si voleva dare un segnale di vicinanza al popolo palestinese, si sarebbe potuto assegnare il Tricolore ad esempio al cardinal Pizzaballa. Nessuno su di lui avrebbe avuto nulla da ridire.
Gianfranco Parmiggiani

