Reggio Children o della figuraccia internazionale. Straziante lettera dal Times of Israel
(nella foto di copertina Rivy Poupko Kletenik, autrice del pezzo di The Times of Israel, con le nipotine)
Pubblichiamo integralmente, tradotto in italiano, l’articolo di Rivy Poupko Kletenik, mamma della Direttrice della Manhattan Day school di New York Pesha Kletenik, apparso ieri su “Times of Israel”. L’autrice cura un popolare blog sul quotidiano israeliano. La scuola newyorkese ha annullato la visita a Reggio Emilia assieme ad una delegazione di 70 insegnanti dopo che Reggio Children aveva chiesto alle educatrici americane di prendere le distanze da Israele e dal suo esercito, l’Idf. Dall’articolo si evince che nelle scorse settimane esponenti della sinistra radicale reggiana, in contatto con la giunta municipale di Reggio Emilia e con Reggio Children, hanno scandagliato i profili facebook delle educatrici ed hanno scoperto che, dopo il massacro perpetrato da Hamas il 7 ottobre e i numerosi attacchi missilistici indirizzati verso Israele da Houti, Hezbollah, Hamas ed Iran, alcune delle educatrici americane di origini ebraiche, hanno pubblicamente espresso il loro sostegno ad Israele. Da parte nostra una sola, amarissima certezza: in questo momento Carla Rinaldi, donna di sinistra che ha speso una vita in nome dei bambini a favore del confronto, della tolleranza, del dialogo, del cercare di capire le ragioni degli altri, nel vedere la sua creatura Reggio Children, trasformata in un oggetto contundente di una battaglia politica di estrema sinistra, si starà rivoltando nella tomba.
Tu Quoque, Reggio Emilia?
di Rivy Poupko Kletenik
Terrore e disperazione. Non c’è altro modo di svegliarsi il 7 ottobre. Ma quest’anno, il terzo anniversario, i miei sentimenti sono ancora più pesanti. Il calendario di quest’anno ha fatto coincidere lo Yahrzeit (ricorrenza della scomparsa di una persona cara ndr) di mia madre, il 21 di Tishrei (settimo mese del calendario religioso ebraico, ndr), con questa data simbolica così intensa e dolorosa.
E non è stato tutto: una telefonata a tarda sera con mia figlia mi ha lasciata completamente desolata. La nostra primogenita, la dott.ssa Pesha Kletenik, è direttrice della Manhattan Day School. Nel suo ruolo sarebbe dovuta partire domenica per l’Italia insieme a una collega per partecipare al Reggio Emilia Study Tour organizzato dal Paradigm Project, incentrato sull’educazione della prima infanzia. Ora quel viaggio è stato cancellato.

Quel giorno hanno ricevuto la notizia di non essere più benvenute a partecipare alla conferenza sull’infanzia di Reggio Emilia, a meno che non firmassero un documento in cui rinnegavano ogni legame con Israele e con le politiche israeliane. Pare che la gente in Italia abbia setacciato i social media delle partecipanti. E hanno capito tutto: mia figlia e la sua scuola? Entrambe sioniste. Le bandiere israeliane e le foto dei viaggi in Israele erano un indizio tutt’altro che sottile. Identificate, vilipese, isolate e trasformate in capri espiatori: etichettate, oggettificate e considerate ospiti non desiderate. Non sono benvenute a tavola. Questa, la tavola di Reggio Emilia, aperta, attenta ai bambini, che abbraccia la curiosità, incoraggia l’indagine, promuove l’esplorazione aperta… Ma non per gli educatori che sostengono Israele. L’ironia è soffocante.
Sono profondamente ferita per mia figlia. Una delle persone più gentili e sensibili che esistano, che ha dedicato la vita e tutta se stessa a lavorare per i bambini e per il loro diritto a un’educazione ebraica ponderata, intenzionale, gentile e inclusiva. Mia figlia – nipote di una giovane donna coraggiosa che viaggiò in un vagone bestiame da Satmar, in Romania, ad Auschwitz e vide sua madre e le sue sorelle uccise davanti ai suoi occhi durante la selezione sul binario di Auschwitz e sopravvisse all’ essere trattata come una schiava subumana – stava ora sperimentando un assaggio di disumanizzazione ottantadue anni dopo, in America.
Mia figlia, la dott.ssa Kletenik ha condiviso questo testo con la sua comunità:
«Purtroppo la città di Reggio Emilia si è opposta alla visita del nostro gruppo al centro Malaguzzi e alle sue scuole dell’infanzia a causa della nostra identità di sionisti. È stata convocata un’assemblea cittadina con diverse centinaia di persone presenti, insieme a una grande protesta di fronte al Centro Malaguzzi. Le nostre identità sono state rese pubbliche e i nostri profili social personali e istituzionali sono stati esaminati e descritti come dimostrazione del nostro sostegno a Israele e alle IDF.»
Una conferenza preparata da mesi. E hanno scelto proprio quel giorno per avvisare i partecipanti. Un caso? Non credo. Il 7 ottobre sembra essere il giorno in cui le narrazioni vengono ribaltate e il dolore delle vittime cancellato. C’è spazio per ogni sofferenza, tranne che per la sofferenza ebraica.
Sono un’educatrice ebraica rimasta per sempre segnata da Reggio Emilia. Solo a menzionarla mi sento catapultata in un mondo di conferenze, workshop, visite scolastiche e libri. Ho abbracciato con tutto il cuore questo approccio illuminato ed entusiasmante per i nostri bambini più piccoli. È stato un viaggio dolce.
E adesso? Come dobbiamo affrontare il rifiuto da parte degli stessi esperti che collettivamente abbiamo idealizzato, i guardiani delle visioni sensibili e degli insegnamenti a cui ci siamo affidati per nutrire i nostri bambini più teneri? Approccio che abbiamo sposato, adottato e implementato? Ora che siamo state schiaffeggiate in faccia, dobbiamo implorare comprensione e accettazione?
Invece di andare in Italia, mia figlia parteciperà a una conferenza dello Yad Vashem a Gerusalemme questo inverno: forse lì troverà le risposte a queste domande.
Sull’autrice
Rivy Poupko Kletenik, vincitrice nel 2002 del Covenant Award come Exceptional Jewish Educator, ha appena concluso sedici anni alla Direzione della Seattle Hebrew Academy. Rivy è un’appassionata scrittrice e devota della poesia e della letteratura. La sua rubrica “What’s Your JQ” è apparsa per anni sul JT News e poi su “Jewish in Seattle Magazine”; è entusiasta e orgogliosa di aver ricevuto il Simon Rockower American Jewish Press Association Excellence in Commentary.

