Antisionismo e antisemitismo: vecchie faccende e nuovi paragoni

E’ evidente che sdoganare la sacra parola della “resistenza”, come fatto da frange palestinesi e collettivi vari nelle nostre università, per etichettare il massacro di vecchi, donne, ragazzini e ragazzine ebraici ad opera di Hamas il 7 ottobre 2023 nell’ordine di centinaia e centinaia nel modo più bestiale possibile, ed al contempo non volere definire allo stesso modo la strenua opposizione che la popolazione ucraina sta facendo contro i quotidiani bombardamenti da 5 anni a questa parte di Putin, che spara missili sugli autobus (33 morti solo stamattina) e sulle case popolari (18 morti ieri, dei quali 4 bambini), è da annoverarsi tra le rivoluzioni terminologiche più antidemocratiche della recente storia repubblicana.

D’altronde l’ambiguità con cui si cerca oggi di fare dei distinguo tra antisionismo ed antisemitismo (di certo non tutti gli antisionisti sono anche antisemiti, ma tutti gli antisemiti sono anche antisionisti) fende la stessa linea d’ombra di pseudo giustificazionismo su tutte le brutalità che il fondamentalismo islamico (ormai l’unica tra le religioni della Terra a farlo) sparge per il pianeta nell’ordine di decine di migliaia di morti ogni anno da decenni a questa parte.

Il sionismo (anche per effetto dell’ultimo pogrom quello appunto del 7 ottobre 2023) nato come aspirazione ad un ritorno alla Terra promessa da parte di gruppi di disperati e perseguitati in mezzo pianeta seppur portatori di valori antichissimi (i sette precetti noachici son considerati la prima legge morale dell’umanità), oggi, per mano di chi ne stravolge il significato, cioè dei nemici di Israele, sta tornando ad essere sinonimo di oppressione, nazionalismo e colonialismo. E questo benché il 23% della popolazione israeliana sia costituito da arabi e drusi, e il restante 77% di “ebrei” sia formato in gran parte da non “bianchi”, perché originari di Nordafrica, Africa e Medio Oriente. Questa visione clamorosamente storpiata del sionismo stravolge letteralmente quella delle origini. “Sionismo” vuol dire riconoscere agli Ebrei il diritto ad avere una patria. In questo senso moltissimi di noi, che ovviamente riconosciamo lo stesso diritto anche ai Palestinesi, possiamo definirci sionisti, e questo vale anche per chi scrive.

Attenzione dunque alle riscritture storiche, che partono proprio dall’uso discriminatorio della lingua: chi ha visitato il Museo dell’Olocausto a Gerusalemme, lo Yad Vashem, esperienza immersiva e sconvolgente sulla modalità di nascita e costruzione della madre antropologica di tutto i razzismi, l’antisemitsmo appunto, sa bene che la macchina dell’odio principia dalle scuole.

E dunque sì: chiamare i massacri del 7 ottobre “Resistenza” è certamente antisionista, ma è indiscutibilmente anche antisemitismo allo stato puro. E se chiedi a un gruppo di maestrine israeliane di “ripudiare la violenza”, dovresti prima specificare cosa intendi per violenza: intendi la Resistenza partigiana impropriamente ridotta e paragonata a via Rasella, come ottusamente fatto dai Giovani Palestinesi all’Università di Bologna, o intendi il diritto degli Israeliani di difendersi da nuovi 7 ottobre? Se non lo specifichi, rischi di sembrare antisemita anche tu.

Gianfranco Parmiggiani

Analisi, redazionali ed opinioniCronaca nazionale ed internazionaleCronaca Reggio EmiliaPolitica localePolitica locale e nazionalePolitica nazionale ed internazionalePolitica Reggio Emilia

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *