Il Cristo ligneo martellato e i povericristi martirizzati. O dell’indignazione selettiva
L’esplosione del “pizzaballismo”, dal nome del cardinale Patriarca latino che ha cominciato a denunciare le angherie dei soldati israeliani verso le altre religioni (nel suo caso cristiana), ha l’indubbio merito di aver messo al centro dell’attenzione pubblica il plurisecolare problema della persecuzione religiosa. L’ultimo caso, particolarmente ributtante, è lo sfregio di un crocefisso perpetrato in Libano da un soldato israeliano. Qualche anima ingenua, o distratta, relegava la persecuzione dei cristiani ai libri di storia romana al capitolo inerente l’imperatore Diocleziano. In realtà negli ultimi decenni le persecuzioni soprattutto contro i cristiani sono aumentate esponenzialmente ed è aumentato il numero dei Paesi che le applica spietatamente. Facciamoci un rapido e facilmente documentabile giro per il mondo: nella top 5 dell’orrore troviamo Nord Corea, Somalia, Yemen, Libia e Sudan, ove si rischia la pena capitale se uno si fa il segno della Croce. Nell’Africa Subsahariana troviamo Nigeria, Mali, Burkina Faso, Mozambico, Repubblica Centrafricana, la vita delle comunità cristiane è messa a dura prova quotidiana dall’estremismo jihadista. In Asia invece abbiamo India, Cina, Myanmar, Vietnam, Pakistan. Qui invece per un misto di estremismo indù, fanatismo buddhista o repressione statale come in Cina, che applica la “sinizzazione” delle altre religioni. In particolare, i vescovi cattolici sono nominati dallo Stato, vengono successivamente (e non sempre) approvati dal Vaticano e devono giurare fedeltà al Partito comunista.
La Cina è nota anche per la persecuzione di altre culture o religioni: basti pensare al Tibet, occupato da 76 anni, o al “genocidio culturale” contro gli Uiguri e altre minoranze musulmane nello Xinjiang. Dal 2017, oltre un milione di Uiguri è stato detenuto in “campi di rieducazione”, ove la popolazione subisce torture e i maschi pure la sterilizzazione per sradicarne definitivamente l’identità. In Medio Oriente e Nord Africa come in Libia, Yemen, Algeria, Iran, Siria, Qatar, il principale motore della violenza è l’estremismo islamico. In questi Paesi campioni dello scempio umano, non figura affatto Israele.
Ora, negli ultimi giorni è montata un’ondata di sdegno e indignazione sacrosante davanti all’immagine di un soldato della Israeli defence force (che Israele ha già denunciato, catturato e punito) che prende a martellate un Cristo ligneo. Un atto simbolicamente oltraggioso assai ma dalle conseguenze altrettanto riparabili. La testa rotta di una statua si può restaurare. Meno recuperabili invece sono le decine e decine di migliaia di vite umane strappate orribilmente alla vita negli ultimi decenni per motivi di fede. Veri e propri martiri di cui, in genere, sui giornali, tranne quelli specializzati, non vedete un rigo che sia uno. Al netto della marea sdegnata per la mazzata alla Croce lignea, quanto dovrebbe essere imponente il torrente in piena del risentimento e della collera per tutte queste vite umane? Qual è dunque il misterioso meccanismo psichico-cultural-antropologico in base al quale l’indignazione di tanti (Cristo probabilmente li avrebbe chiamati “farisei”) è selettiva e intermittente? Pochissimi ad esempio si indignano per i massacri spaventosi praticati su vasta scala su civili inermi in Sudan e Sud Sudan. Qui a combattersi sono fazioni islamiste armate e finanziate da Paesi islamici, ovvero Emirati Arabi Uniti ed Arabia Saudita. Allo stesso modo i sovranisti nostrani non si indignano affatto contro gli sgherri trumpiani dell’ICE, la polizia anti-immigrazione americana che molti hanno paragonato alla Gestapo. I vescovi americani lamentano che i fedeli che vanno a messa e frequentano le parrocchie sono calati nell’ultimo anno del 30%. Infatti gli Americani di origine ispanica, per terrore di essere arrestati e deportati dall’ICE, hanno smesso di andare a messa. Viene il sospetto che Trump stia facendo più danni alla Chiesa Cattolica di Nerone, ma in Italia pochi si indignano, men che meno i fan, sedicenti cattolicissimi, della remigrazione. E dunque sì, lo confessiamo, anche noi ci indigniamo: ci indigniamo di chi si indigna a intermittenza.
Gianfranco Parmiggiani

