Ruini: Cardinale perdona loro che non sanno ciò che scrivono

Mai e poi mai avrei pensato che 40 anni dopo quei fattacci di travaglio religioso che mi videro prima accolito poi negligente sulla via ruiniana, mi sarei ritrovato non dico a difendere (non ne aveva bisogno quaggiù, figuriamoci di lassù) ma ad eccepire e precisare l’ondata di malevolenza, errori, banalizzazioni, nella migliore delle ipotesi, sulla figura e l’opera del cardinal Camillo Ruini, modenese di geografia, reggiano di diocesi, passato da pochi giorni a miglior vita alla veneranda età di 95 anni. Anche perché a causa sua, ma lui non l’ha mai saputo e di certo non gli sarebbe piaciuto, persi il mio primo lavoretto giornalistico strutturato a “La Libertà”, il settimanale cattolico di casa nostra e di proprietà vescovile. Circostanze che magari racconterò, vuotando il sacco, in un altro pezzo.

E così dai numerosi resoconti al veleno scopriamo che Mons. Ruini a) era fortemente anti-comunista b) si accordò col centrodestra italiano, in particolar modo con Berlusconi bacchettando la sinistra fino agli ultimi giorni di vita, c) ha svuotato le chiese (intese come templi fisici) italiane un tempo pullulanti di fedeli, che invece con parrocchiani più prodiani ed ulivisti oggi traboccherebbero di gente e devozione. Critiche, ben inteso, che perlopiù derivano dal variegato mondo dello storicismo ateo che, in teoria, dovrebbe esultare per le presunte conseguenze svuota-chiese del ruinismo a favore dell’ingresso in massa nei circoli Arci o al peggio al Bar Sport.

Anche a livello locale, dove le cose avrebbero potuto essere presentate in modo vagamente più complesso visto che la prima carica importante di Ruini fu l’essere vice, tecnicamente Vescovo ausiliare, di mons.Gilberto Baroni, le vagonate di semplificazioni non sono mancate. A partire dal pretesto dell’omonimia del nome, “Camillo” appunto con uno dei personaggi principali del ciclo guareschiano. Il don Camillo post-moderno in sostanza che, attraverso gli Sd, Studenti democratici e poi l’Ac, l’Azione cattolica, si sarebbe opposto a quei ragazzacci della Fgci, molti dei quali l’hanno recentemente pianto direttamente dagli scranni di sala Tricolore. Come appendice del Libro Cuore questa ricostruzione avrebbe fatto pure la sua discreta figura, ma qui si parla di contesti a cavallo degli anni ’80 e ’90 (in mezzo c’è stata la caduta del Muro, ricordate?), mica degli anni ’40 e ’50.

Ma il cardinal Ruini è stato davvero anti-comunista? Alla faccia se lo è stato. Ma, scusate, quale prete non dovrebbe teoricamente esserlo, visto che il socialismo reale si dichiara ateo? Esattamente come l’attuale sindaco di Reggio Marco Massari, che rivendica orgogliosamente il suo (non) credo, eppure la sua prima uscita pubblica in campagna elettorale l’ha visto applaudire a tre mani il cardinal Zuppi nel teatro della parrocchia di San Pellegrino. Ruini non fu affatto un sacerdote conservatore o peggio, anti-conciliare. L’accordo, criticabile fin che si voglia, ed anche io, nel mio piccolo, l’ho criticato in lungo e in largo, col centrodestra avvenne per motivi di contingenza e necessità storica, dal punto di vista della Chiesa, data la scomparsa della Dc (Tangentopoli) e cioè di un partito che rappresentasse e portasse nella vita pubblica i valori cristiani. C’è qualcuno sano di mente e che abbia conosciuto lo stile di vita semi-ascetico di don Camillo che possa certificare che all’allora presidente della Cei davvero piacesse, nel senso etimologico del termine, uno come Silvio Berlusconi, la cui vita avrebbe potuto essere sovrapponibile a quella del Trimalcione del Satyricon? L’ossessione teologica di Ruini, che fu anche quella del Papa che gli fece fare una fulminea carriera, alias il Santo Karol Wojtyla (canonizzato da Bergoglio, Papa Francesco), fu quella di combattere culturalmente la progressiva secolarizzazione della società. Il rischio, a loro modo di vedere, della completa dispersione dei valori cristiani, i famosi “valori non negoziabili” emersi dal Convegno di Loreto. Che evidentemente rischiavano grosso, sempre secondo la visione dell’allora gerarchia ecclesiastica, nei variegati rami d’Ulivo di prodiana memoria. Da qui l’idea dell’inculturazione della fede e di trasformare, in assenza di possibili e credibili mediazioni laiche, direttamente il clero in soggetto politico. Meglio irritanti che irrilevanti”, chiosava quasi a mo’ di motto cardinalizio il nostro.

Camillo Ruini, mutatis mutandis, si trovò ad operare in questo contesto e per certi versi fu fautore di una “terza via” rispetto al cattocomunismo o al conservatorismo pre-conciliare. Una “terza via” si badi bene, che parrebbe ancora di estrema attualità visto che un crescente numero di cattolici, un giorno sì e l’altro pure, esprime il proprio disagio nel far politica in questa o quella formazione, di destra o sinistra. Disagi particolarmente documentabili dai cattolici operanti in questo Pd a trazione grillina. Altroché Richelieu. Ruini fu un “tradizionalista visionario” (corro a depositare il copyright alla Siae). Perché le sue preoccupazioni sono esattamente quelle attuali.

Mi sia consentito una chiusura a dispetto di chi, non si capisce bene in base a quali statistiche anche perché negli ultimi anni le chiese nel periodo wojtyliano (e in Italia ruiniano) avevano un po’ ripreso colore numerico, abbia definito l’alto prelato reggiano una sorta di “svuota-chiese”. Siamo sicuri che ad allontanare tanti povericristi dalle parrocchie sia stato maggiormente il ruinismo rispetto alla soverchiante tendenza a curare più la dimensione psico-fisica del credente, quasi come se i sacerdoti oggi fossero diventati educatori da campeggio o poco più, a discapito dei misteri della fede e della bellezza e della sacralità della liturgia? Se infatti tutti costoro che, dall’alto delle loro certezze, pur non avendo mai varcato la soglia di un oratorio, diffondono ricette su come rimediare, fossero stati presenti a suo tempo anche una sola volta ad una delle tante lezioni filosofiche e teologiche che don Ruini regalava ai giovani, sarebbero poi stati i primi a riaffollare i primi banchi, quelli davanti al Tabernacolo. Se non altro per tornare ad ascoltarlo.

Gianfranco Parmiggiani

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